"Non spicca alcun libro: ecco perché quest'anno non voterò allo Strega"

Luca Doninelli spiega i motivi della rinuncia e riflette su quale sia oggi il ruolo dello scrittore

Per quest'anno ho deciso di non dare il mio voto al premio Strega. La ragione, semplicissima, è che non ho trovato un libro che, per qualità, si elevasse al disopra degli altri. E, non volendo fare torto ad alcuno, mi astengo. Che vinca il migliore. Ma io credo che l'evento più importante di questa edizione 2018 del premio stia nell'appello che 12 finalisti hanno firmato a favore della riapertura dei porti a tutte le imbarcazioni che trasportano migranti, nell'auspicio che l'Italia dica il suo «sì» alla modifica degli accordi comunitari sul flusso migratorio.

Un appello educato, civile, non certo gridato, che non fa male a nessuno, e che si apre con parole ossequiose nel confronti del premio che li ospita («Siamo i dodici autori a cui il Premio Strega ha fatto l'onore di selezionare le opere e candidarle alla sua LXXII edizione"). Parole magari un po' troppo ossequiose nei confronti di un premio che dovrebbe essere, lui, al servizio della Letteratura e non viceversa, come sembra qui.

Lo scenario, inutile nasconderlo, è drammatico. Si profila non tanto l'uscita dell'Italia dall'euro quanto piuttosto la fine dell'Europa stessa, un sogno coltivato dagli uomini migliori del nostro paese all'indomani della Seconda guerra mondiale. Si profila la possibilità di svolte autoritarie e di molte altre cose spiacevoli. Chi ha figli è in apprensione al pensiero del mondo che potrebbero trovarsi ad affrontare, prima con noi e poi senza di noi.

Ma, così come il compito di un genitore non è quello di aver paura per i propri figli ma di aiutarli a diventare uomini adulti nella buona e nella cattiva sorte, allo stesso modo credo che la migliore arma che uno scrittore ha per combattere ogni prepotenza non sia quella di ergere un muro d'odio o un'opposizione in nome di principi generali.

Potrebbe venire il momento in cui qualcuno di noi sarà costretto a imbracciare le armi, ma il mio pensiero, parlando di resistenza alla barbarie, va piuttosto a Primo Levi che, dentro il campo di sterminio, leggeva e spiegava Dante ai detenuti e probabilmente grazie a questo salvò molte vite.

In concreto, due cose mi stanno a cuore.

La prima. Contro la prepotenza e l'invadenza del potere, i valori civili - indissolubilmente legati al rispetto di ogni singola persona umana - si difendono solo se ciascuno fa fino in fondo la propria parte.

Lo scrittore sia scrittore fino in fondo, non ometta cioè dall'orizzonte dell'esperienza che racconta gli aspetti che potrebbero interferire con la sua visione del mondo. La letteratura non serve a esprimere soltanto una visione del mondo: la letteratura sfida e spezza le nostre visioni, lo scrittore dipinge scenari ma il suo primo dovere non è questo, bensì di attestare il vero, senza mai venir meno: come quando, nel Genesi (18, 12-15), Dio annuncia ad Abramo che avrà un figlio: "Allora Sara rise dentro di sé e disse: «Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!». Ma il Signore disse ad Abramo: «Perché Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia? C'è forse qualche cosa impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te alla stessa data e Sara avrà un figlio». Allora Sara negò: «Non ho riso!», perché aveva paura; ma quegli disse: «Sì, hai proprio riso»."

Stare al proprio posto richiede molto più coraggio che firmare appelli. E' il coraggio di dire "sì, hai proprio riso" nel momento in cui tutti diranno di no e anche a noi verrà (perché verrà, eccome) la voglia di dire di no.

La prima resistenza sta insomma nel nostro lavoro. E "una prosa onesta sugli esserei umani" (Hemingway) è davvero la cosa più difficile, nella quale non sempre gli editori sono nostri alleati.

Secondo. Uno scrittore non gioca le sue carte migliori nel rapporto con il potere, ma nella larghezza, nella magnanimità, nella pietas che muove il suo sguardo sul mondo. Spesso il potere si trasforma nel peggiore intruso in questo gioco supremo tra l'artista e il mondo, e va trattato come merita, in nome della difesa del vero.

Ma la prepotenza, la protervia, la tirannia hanno un nemico ben più grande delle armi. E' la forza del dono, della gratuità, della pazienza che lavora nell'ombra per non far mancare ai nostri eredi - chiunque essi siano, quale che sia la loro origine etnica - la basi morali per ricostruire. Sempre. Sia quel che sia.