Nove racconti per condensare «Tutto quello che è un uomo»

David Szalay mette in scena con prosa potente e asciutta l'Europa di oggi e le frammentazioni della nostra società

Questo non è un romanzo. Questo è un fottutissimo capolavoro.

Un romanzo così potente, così vero, così elegante che - come effetto contrario - in chi lo legge scappa l'ineleganza di scrivere che è un «fottutissimo capolavoro». Perché è uno di quei rari libri che ti fa sentire piccolo, come scrittore, quando lo leggi. Ti domandi: «E io cosa scrivo a fare?». Ti fa sentire invece grande come critico, perché non vedi l'ora di scriverne e allora più che leggerlo lo divori.

Esageriamo un po'. Facciamoci prendere dall'entusiasmo: è come se il Dostoevskij esordiente e rabbioso di Povera gente avesse incontrato il Proust della Recerche, è come se Robert Walser fosse invitato a una cena da Il falò delle vanità di Tom Wolfe. È come un David Foster Wallace che dismette la bandana indossando un cilindro per recarsi di sera a sorbire un tè con Yeats e con un Joyce lucido.

Tutto quello che è un uomo, il quarto libro di David Szalay, ma il primo tradotto in Italia (Adelphi, pagg. 402, euro 22; traduzione di Anna Rusconi), è pura e violenta creatività letteraria: un romanzo sartoriale che chiunque può indossare perché, pur nella sua unicità, si adatta alle spalle del lettore ammantandolo in suggestioni che evocano una letteratura quasi ottocentesca, per respiro narrativo e potenza di scrittura da classico, pur senza rinunciare a quegli stilemi che lo inseriscono di diritto tra i migliori scritti del postmoderno.

Szalay è come Emmanuel Carrère se Emmanuel Carrère fosse davvero Emmanuel Carrére. Perché mentre lo scrittore francese - soprattutto quello de Il Regno - cerca la fede rifugiandosi nella prova empirica delle teorie e degli interrogativi, creando un cortocircuito vicino all'ossimoro, Szalay crede alla fede del mondo, degli uomini, dei fatti che accadono. E anche quando a uno dei suoi protagonisti capita di alzare gli occhi al cielo non è mai una ricerca dell'altro da sé, ma il trovare una risposta in quell'incontro-scontro tra luce e ombra che caratterizza tutto il libro. Un libro che è poesia di vivere, è un Inno alla gioia che suona con la nitidezza di suono di un dvd ma è, in realtà, un vinile e a noi la scelta, sempre, di come e dove rimettere la puntina nel solco di questi nove capitoli, all'apparenza nove racconti, che incidono la vita.

La vita come gelo e fuoco, come luce e ombra, come arresto e come partenza, come morte e rinascita. È una scrittura escapista, «una concatenazione di pensieri assurdi», ma solo in apparenza perché Tutto quello che è un uomo racconta il nostro vivere quotidiano animato, contraddittoriamente, dalla «fantasia di nascondersi in un posto dove non succede mai niente». Eppure tutto accade, magicamente, in questo romanzo che ha la sua forza nella maieutica: lo leggi e vuoi raccontarlo, vuoi raccontare e, anche se non per mestiere, quello che nasce è un istinto istante. Perché Tutto quello che è un uomo è la preoccupazione dell'immediato. Dell'istantanea contemporaneità che divora i protagonisti sempre in movimento, in viaggio tra le macerie morali di un'Europa mai così divisa da quando è stata unificata. Non sono loro i colpevoli: perché non hanno nessuna colpa se non quella di essere se stessi.

Inserito tra i 100 migliori libri del 2016 dalla New York Times Book Review e finalista al Man Booker Prize, il romanzo di questo scrittore nato a Montreal nel 1974 da padre ungherese e madre canadese è la miglior prova empirica di quello che da decenni si cerca di etichettare come postmoderno: la trasparenza illusoria del realismo. La nostra epoca sembra avere una gran fame di realtà, mentre la finzione abbandona i nostri corpi per irrompere nella rappresentazione del reale: noi. In una recente intervista alla Paris Review, Szalay ha dichiarato: «Mi capita di sedermi pensando di scrivere un nuovo libro e non ne vedo il senso. Cos'è un romanzo? Inventi una storia e poi la racconti. Non capisco perché o come questo dovrebbe essere significativo». In queste parole c'è tutto il senso di ogni scrittore contemporaneo che vive circondato dalle sirene della fiction.

Nelle nove storie che racconta, e che s'intrecciano sino a formare un romanzo, Szalay coglie un momento di crisi nella vita di un uomo e lo drammatizza. L'intero romanzo è narrato in un tempo presente penetrante e urgente, e i personaggi, di diverse età, sono presentati senza storie complesse, anzi: quasi senza una storia. Perché «le storie sono punti su un arco quando non sono gli archi stessi». L'effetto è una scrittura di emergenza, quasi la metafora di quella ferita che sono i nostri tempi: intensa, diretta, audace, avvolta spesso in richiami alla malinconia della letteratura mitteleuropea. Tutto quello che è un uomo descrive anche il desiderio maschile e il suo fallimento. Come Michel Houellebecq, sembra sia respingere sia disegnare prosaicamente un erotismo brutale.

E, come nell'universo di Houellebecq, il lettore deve abituarsi a una sconcertante quantità di presunzione. E la libertà sessuale è sempre più legata alla libertà economica: l'eros come fedele imitazione del capitalismo. Ma la vera paura, dietro la quale si nasconde l'uomo, è un'altra. Sempre quella: «E se vivo, cosa succede adesso?». A questo interrogativo tutti i protagonisti - che sono due adolescenti nel primo racconto e un anziano di fronte alla morte, coprendo così nei nove capitoli tutte le stagioni dell'essere umano - rispondono come noi: con balbettii infantili che diventano la prima, unica e vera molestia. Contro noi stessi.