Il "nuovo rinascimento italiano" che ha riconquistato l'America

"New York New York" ricostruisce i legami artistici dal '28 a metà anni '60

Quando, oltre un secolo fa, Marcel Duchamp si imbarcò per la prima volta verso l'America, capì senza indugi che New York di lì a poco sarebbe stata la nuova capitale dell'arte mondiale, soppiantando così Parigi e la vecchia bohème. Dell'irresistibile attrazione che emanava «la città di vetro» e il suo inconfondibile skyline si accorse presto anche l'Italia; anzi, il nostro Paese per buona parte del 900 ha intrattenuto solidi legami con l'ambiente artistico di Manhattan. Ne sono state prova, in particolare, le due grandi mostre al MoMA nel 1949 e al Jewish Museum nel '68, molto apprezzate dai collezionisti e dal pubblico americano.

New York New York: la riscoperta dell'America ricostruisce dunque con precisione filologica la storia di una lunga relazione, fatta cominciare dal soggiorno di Depero tra 1928 e 1930, terminata alla metà degli anni 60 e testimoniata dal libro fotografico di Ugo Mulas New York: The Art Scene. La mostra, aperta da oggi fino al 17 settembre, si divide tra il Museo del Novecento e le Gallerie d'Italia. La prima parte analizza in particolare il rapporto tra i nostri artisti e New York. Di primo livello i nomi di chi ha sentito il bisogno di affrontare questa esperienza oltre oceano: tra i tanti Afro, che ridefinì la sua pittura studiando l'Espressionismo Astratto, De Chirico, Fontana, Isgrò, Arnaldo Pomodoro, Tancredi e anche lo scultore sardo Costantino Nivola, più noto in America che in patria. Per la copertina del catalogo e per l'invito è stato scelto un decollage di Mimmo Rotella che rielabora il volto di John Kennedy, icona pop anche per Warhol e Rosenquist (scomparso pochi giorni fa). Testimonianza della potenza globale di una nuova America, tragicamente interrotta e forse per questo ancor più efficace, a livello di immagine. Se infatti dobbiamo cercare una data all'inizio dell'arte contemporanea, questa va posizionata proprio allora, quando cioè l'inglese ne diventa la lingua ufficiale.

Alle Gallerie d'Italia, sempre più aperte verso le ricerche attuali, vanno in scena i rapporti tra gli artisti italiani e il milieu di istituzioni, gallerie e collezionisti locali, rinforzatisi soprattutto negli anni '50, tra guerra fredda ed esplosione del boom economico. Accardi, Burri, Dorazio, Gnoli, Perilli, Schifano, Scialoja e Vedova sono stati protagonisti di una stagione dove, non a torto, si può davvero parlare di «nuovo rinascimento italiano», mentre da noi, in particolare a Roma, esponevano le superstar dell'arte americana, prima dello sbarco definitivo della Pop, alla Biennale di Venezia del '64. In un ideale confronto, sono esposte anche opere made in Usa di Calder, De Kooning, Gorky, Kline, Marca-Relli e Twombly, inseguiti a loro volta dai collezionisti italiani.

Curata da Francesco Tedeschi, New York New York certo mette il punto sul ruolo decisivo della nostra produzione pittorica in «formato esportazione», ma al contempo traccia una linea di demarcazione. Anni così intensi, dopo, non si sono più ripetuti.