Un Olivetti rivoluzionario ma un po' troppo buonista

Finora né il cinema né la televisione aveva provato ad avvicinarsi alla figura di Adriano Olivetti. Questo straordinario imprenditore e intellettuale è stato infatti una delle personalità più problematiche di tutto il Novecento. Dal giorno della sua morte, avvenuta improvvisamente in un treno per la Svizzera nel 1960, sono state pubblicate decine di libri. Ma nessun regista aveva avuto la temerarietà di confrontarsi con Olivetti. Al grande pubblico la sua vicenda e la sua rivoluzionaria utopia sono tuttora in gran parte sconosciute.
Per colmare questo vuoto che dura da sessantanni, è stata prodotta da Luca Barbareschi e Rai Fiction una miniserie in due puntate che andrà in onda su Raiuno, in prima serata il 28 e 29 ottobre, dal titolo significativo Adriano Olivetti. La forza di un sogno.
Gli attori sono stati scelti oculatamente per avvicinare il pubblico più diversificato: ad interpretare l'imprenditore vi è Luca Zingaretti, il nome più noto della fiction italiana; accanto a lui vi sono Stefania Rocca e Francesca Cavallin, la cui spigolosa bellezza, oltre che bravura, ha l'evidente ragione di magnetizzare lo spettatore.
Se l'obiettivo della miniserie è appunto quello di far uscire dall'ombra la vita di Olivetti e porla all'attenzione di milioni di italiani, lo scopo è raggiunto. È infatti evidentissima nella regia di Michele Soavi, nipote dello stesso Olivetti, la volontà di attenuare la complessità della figura dell'imprenditore. Con una semplicità narrativa quasi didascalica, la fiction ripercorre a ritroso, partendo dalla morte a 59 anni, la vicenda dell'imprenditore: ereditando l'azienda dal padre, Olivetti non solo rivoluziona le macchine informatiche e da ufficio, ma trasforma radicalmente anche il rapporto tra industria e operai, consentendo meno ore di lavoro, congedi per maternità, asili vicino alle fabbriche, rapporti più solidali verso i sottoposti.
Ma l'immagine di Olivetti della fiction è troppo umanitaria e conciliante per essere vicina al vero.
Il punto infatti è questo: Olivetti è stato una figura profondamente divisiva. I suoi testi capitali, da L'ordine politico della Comunità, scritto in esilio in Svizzera nel 1945, fino a Società Stato Comunità del 1952, sono libri per niente buonisti: in essi Olivetti chiede che lo Stato si trasformi traumaticamente affinché le comunità locali possano essere libere di organizzarsi e vivere. Teorizza la frantumazione dello Stato in comunità di appartenenza in anni in cui era forte invece l'impeto nazionalista e unificante. Oltre ad aprire le Edizioni di Comunità, una casa editrice in cui pubblica i suoi interventi e alcuni classici della teologia e del pensiero, fonda nel 1947 il Movimento Comunità. Dunque mentre i Costituenti stavano approvando la Costituzione che voleva l'Italia una e indivisibile, lui creava un movimento che si diffonderà in Piemonte e che chiedeva una rivisitazione federalista del paese, al punto da affermare: «Noi chiediamo in tutta Italia la costituzione di nuove unità organiche politiche e amministrative: le Comunità concrete». E anche: «Nella società delle Comunità si considerano autonome e indipendenti sia le attività individuali, sia quelle collettive: le organizzazioni economiche si costituiscono in complessi autonomi aventi statuto giuridico differenziato, i sindacati sono organizzati dal basso fuori da qualsiasi intervento o influenza statale». Al di là del fatto che Olivetti non catalizzò il consenso delle masse (alle elezioni politiche del 1958 otterrà solo un seggio di deputato per se stesso), che cosa sono queste dichiarazioni se non un disegno politico scompaginante e per nulla conciliante?
La riuscita miniserie della Rai va più che bene per sensibilizzare l'attenzione degli spettatori, ma aver creato una figura sempre pronta ad aiutare gli altri, una Madre Teresa in giacca e cravatta, non dà conto fino in fondo della tumultuosa complessità di Olivetti, le cui opere principali - su tutte, L'ordine politico delle Comunità - sono colpevolmente fuori catalogo da anni.