Omaggio della Scalaa librettista patriota

Dal 30 giugno al 14 luglio va in scena al Piermarini "Don Pasquale" opera che Donizetti trasse dal libretto di Angelo Anelli che pagò il suo attaccamento alla causa italiana con il carcere, la perdita del posto del lavoro e l'ostracismo da Milano

Con il «Don Pasquale», in programma dal 30 giugno al 14 luglio, la Scala rende in qualche modo omaggio ad Angelo Anelli, uno dei suoi più prolifici librettisti a cavallo tra il Settecento e l'Ottocento. Ma soprattutto un patriota che pagò con l'arresto, il licenziamento e l'ostracismo da Milano la sua adesione, mai rinnegata, al Regno D'Italia durante la turbinosa avventura napoleonica. Costretto a trasferirsi a Pavia, di fatto esiliato dagli austriaci, sopravvisse solo tre anni, prima di morire in estrema ristrettezza. I suoi libretti, intrisi di satira e ironia, continuarono però a vivere, tanto che vent'anni dopo la sua morte, Gaetano Donizetti riprese il «Ser Marcantonio» per realizzare nel 1843 uno degli ultimi suoi capolavori.

La storia di don Pasquale, un po' come tutte le farse dell'epoca, si gioca sugli equivoci e sui travestimenti, una sorta di «Barbiere» a ruoli rovesciati. Nella trama delineata da de Beaumarchais, don Bartolo cerca di sposare la sua pupilla Rosina, innamorata però del conte di Almaviva che, con i buoni uffici di Figaro si introduce nella casa travestito prima da soldato poi da maestro di musica. Nell'opera donizettiana non c'è una pupilla ma un «pupillo» Ernesto che nelle intenzioni di don Pasquale dovrebbe sposare una ricca e nobile zitella. Lui è però innamorato di Norina che si infilerà nella casa, sotto mentite spoglie e grazie agli uffici del dottor Malatesta.

L'intreccio originariamente era stato scritto nel 1810 per Stefano Pavesi dall'eclettico Anelli, intellettuale nato a Desenzano del Garda nel 1761. Compiuti i primi studi nel seminario di Verona, dedicandosi soprattutto alla letteratura e alla poesia, si trasferì a Padova dove si laureò in legge nel 1795. Quattro anni dopo lo ritroviamo a Milano, librettista del Teatro alla Scala per il quale scrisse circa 40 libretti, quasi tutti di genere buffo. Insegnò al Liceo di Brescia e poi nel 1802 ottenne la cattedra di Eloquenza Pratica Legale nelle Regie Scuole Speciali di Milano, suscitando l'ira di Ugo Foscolo che, avendo concorso per la stessa cattedra, si sentì umiliato per essere stato preferito a un autore di libretti d'opera. Foscolo per questo, convinto di essere il più grande poeta italiano vivente, riempì le sue lettere agli amici di epiteti ingiuriosi contro il rivale. Anelli fu anche uomo politico, attivo durante la fase della Repubblica Cisalpina per conto della quale presiedette come commissario la giunta amministrativa prima del Dipartimento del Bénaco poi della Franciacorta. Sopravvenuta la reazione austro-russa, finì in prigione per due volte, quindi perse la cattedra e infine nel 1817 fu trasferito all'Università di Pavia, supplente di procedura penale e notarile. Iniziò quindi lui un periodo di difficoltà economiche che lo portò in breve alla morte nel 1820.

Angelo Anelli ebbe tuttavia in vita molti estimatori, tra i quali Stendhal. Dopo avere ricordato che «di solito le sue pièces hanno solo due rappresentazioni perché alla seconda la polizia le vieta» Marie-Henri Beyle affermava che nel suo stile «si ravvisano tratti di Dancourt, di Gozzi e di Shakespeare». La qualità più apprezzata da Stendhal era la sua capacità di fare satira in modo intelligente, perfettamente comprensibile in un dato contesto, ma abilmente dissimulata ai profani. In tal modo si spiegava come fosse riuscito a far rappresentare «L'Italiana in Algeri», musicata da Gioacchino Rossini, in cui la carica di «Pappataci», caratterizzata dal «mangiar bene e ben dormir» adombrava in realtà una severa critica al Senato d'Italia. E chissà chi avrà voluto colpire Anelli nel «Ser Marcantonio», vecchio caparbio che vuole sposarsi una ragazza giovane e finisce così per essere messo alla berlina da tutti i protagonisti.