"Ora il mio Jeeg Robot lo esporto in Giappone"

Il regista vola a Tokyo per mostrare il suo film all'inventore del supereroe. "Una grande rivincita per me"

Flashback. Interno giorno. Anni '80. C'era una volta un ragazzino che appena tornava da scuola si piazzava davanti alla tv dove scorrevano i cartoni animati giapponesi: «Li guardavo fino all'ora di cena e i compiti li facevo o la sera o la mattina presto o andavo impreparato...», ricorda oggi l'ex bambino della «generazione Bim Bum Bam», il programma di Italia Uno.

2016. Interno notte. Arriva in sala Lo chiamavano Jeeg Robot, esordio alla regia di Gabriele Mainetti, il ragazzino, classe 1976, che proprio davanti alla tv, «diventata una sorte di amica», tra le tanti visioni conservava negli occhi quella del famoso manga Jeeg Robot. A cui, ora, la famiglia Mainetti dovrebbe fare un monumento. Sette David di Donatello (miglior produttore e regista esordiente e tutti gli attori premiati, Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli e Antonia Truppo), il ritorno in più copie in sala dove, dopo una tenuta record di nove settimane, è attualmente al sesto posto del botteghino avendo superato i 4 milioni di incasso totale con più di 600mila spettatori. «Questi cartoni sono stati fondamentali, li ho portati sempre con me. E, con loro, la televisione commerciale che mi ha insegnato molto sulla cultura alta e bassa. Per me non c'è distinzione. Come quando sono andato all'università di Roma Tre a studiare cinema. A 19 anni già lavoravo come attore, facevo quindi cose pratiche. Poi invece mi scontravo con libri di professori pieni di cretinate teoriche e poca concretezza», racconta Gabriele Mainetti dal taxi che lo sta portando, insieme al suo protagonista Claudio Santamaria, all'aeroporto: a Tokyo presenterà il suo film nella patria di Go Nagai, l'autore di Jeeg Robot che, dice il regista, «mi ha contattato per avere un posto in sala».

Portare un Jeeg Robot all'amatriciana in Giappone è un po' un paradosso...

«Ma è rivelatore anche di un problema legato ai nostri fumetti che guardano sempre all'estero, penso al mio amato Dylan Dog ambientato a Londra, come la New York di Martin Mystère. Noi abbiamo seguito il percorso inverso, prendendo un supereroe straniero e portandolo in Italia. Ma, come mi ricorda sempre Claudio Santamaria, i superpoteri fanno parte della nostra mitologia e gli americani non si sono inventati niente».

Università, voto e tesi.

«110 e lode, La rebrendizzazione dei morti viventi dopo l'11 settembre».

Quindi non solo fumetti nella sua formazione, anche l'horror classico «La notte dei morti viventi» di Romero.

«Certo, dopo gli anni di Bim Bum Bam, sono passato a vedere il venerdì Zio Tibia che presentava i film dell'orrore dalle 22,30, poi a mezzanotte raccomandava ai più piccoli di andare a dormire. Ovviamente io rimanevo incollato allo schermo».

Uno spettatore eclettico.

«Guardi, facevo parte di un gruppetto di pseudo intellettuali. Una sera dissi che andavo a vedere E.T. l'extra-terrestre di Spielberg e loro inorridirono. Queste visioni mi hanno salvato perché non ho bisogno di autorializzare quello che faccio».

Ma è stato anche attore in tv con i popolari «Un medico in famiglia» e «Il cielo in una stanza» dei Vanzina.

«Erano gli anni in cui chi faceva la tv veniva marginalizzato. Ti dicevano che non solo non avresti lavorato con i Bellocchio o i Bertolucci ma che neanche li avresti potuto incontrare».

Come regista ha preso parecchie porte in faccia.

«Geoffrey Rush quando ha ritirato l'Oscar ha ringraziato tutte le persone che non avevano creduto in lui perché l'avevano reso più forte. A me ha fatto profonda tristezza sentirmi dire che in Italia per il mio progetto, «non abbiamo le competenze, non lo possiamo fare». Grazie a loro però mi è scattata la molla: Ora faccio un macello, pensavo».

E ha prodotto il film all'inizio praticamente da solo, cosa ha imparato?

«Che bisogna avere una visione e che non bisogna mollare mai. Però certo per 6 anni mi sono svegliato quasi tutte le mattine dicendomi che magari stavo a fa' na cazzata».

Il film è stato presentato al festival di Roma, molti si sono chiesti come mai sia stato rifiutato da Venezia.

«Mi auguro che si stiano mangiando le mani. Gli ho fatto vedere il film, poi mi hanno chiamato dicendomi che era un'opera che denotava grande talento visivo ma che non rientrava in nessuna sezione».

Sta pensando al sequel?

«Ci stiamo ragionando, molte persone non lo vogliono. Ma abbiamo due o tre idee molto forti e chissà...»