"Ora sono l'operaio benefattore. In tv voglio recitare storie vere"

Ne «Il mondo sulle spalle» si batte per i colleghi licenziati

se proprio questo fosse il segreto del suo duraturo successo? Se fosse l'anonimato degli «eroi qualunque» cui dà vita, ad identificare lo spettatore qualunque con questo eroe della fiction tv? Di sicuro, indossando ancora i panni di un guerriero del quotidiano (in Il mondo sulle spalle, martedì 19 su Raiuno, regia di Nicola Campiotti) Beppe Fiorello conferma una vocazione tenacemente perseguita: «Portare alla luce storie vere, che ispirino chi le segue».

Stavolta l'eroe del quotidiano è Enzo Muscia (Marco, nella fiction), operaio che per rilevare l'azienda che lo ha licenziato ipoteca casa sua, riassume tutti i colleghi licenziati, riporta l'azienda alla prosperità, e per questo nel febbraio 2017 viene nominato da Mattarella Cavaliere al Merito della Repubblica.

«Questa è la storia strepitosa di un uomo che non si rassegna, non si piange addosso, ma rischia il tutto per tutto, pur di risollevare sé stesso e i colleghi. Enzo Muscia non ha aspettato che il lavoro tornasse: lo ha inseguito, voluto, inventato. Rischiando di suo. Ci ricorda che lo Stato siamo noi. Non qualcun altro».

Perché Beppe Fiorello ha voluto raccontare questa ennesima storia di ordinaria straordinarietà?

«Per dare coraggio a chi la seguirà, attraverso il mio lavoro. Questi personaggi reali io non li imito. Mi domando piuttosto: cosa avrei fatto io al posto loro? E proprio così che riesco ad interpretarli. Interpreterò anche Gianfranco Franciosi: il testimone di giustizia infiltrato per quattro anni tra i narcos colombiani, cui dedicheremo una serie in quattro serate».

Il mondo operaio, l'ambiente della fabbrica e del lavoro: realtà praticamente assenti dalle fiction.

«È uno dei motivi per cui Il mondo sulle spalle mi ha così appassionato. Quello del lavoro è un tema universale, sempre attuale. Aspettative d'ascolto? So che per la Rai sono importanti, ma io da qualche anno ho deciso di risparmiarmi queste ansie. Le lascio a chi deve occuparsene».

In vita sua ha mai dovuto fare una scelta coraggiosa, in cui giocare il tutto per tutto?

«Si può dire che lo faccio ogni volta che interpreto un personaggio come questo. Il primo rischio è quello di deludere le aspettative di chi l'ha conosciuto nella realtà, la responsabilità di restituirlo in modo credibile. Il secondo, quando il tema è delicato, quello di espormi a polemiche o attacchi politici. Ma anche questo lo metto nell'agenda dei rischi di chi tratta storie controcorrente».

È stato un rischio anche Tutto il mondo è paese, la fiction su Mimmo Lucano che la Rai tiene in frigo da un anno, dopo l'avviso di garanzia al sindaco di Riace che inventò un modello d'integrazione degli immigrati?

«Prima di trasmetterla la Rai deve aspettare che la vicenda segua il suo iter giudiziario. Che però è in stallo».

Sull'argomento lei ha anche lamentato il silenzio della maggioranza dei suoi colleghi.

«Sì. L'ho scritto su una chat che condivido con circa 70 fra attori e attrici, e sulla quale ci scambiamo opinioni sui nostri diritti. In quell'occasione ho sentito attorno a me poca solidarietà. Mi sarebbe piaciuto essere sostenuto. Pazienza: si vede che avevano altro da fare».