Ormai ci sono più spot che pop ​nel supermercato della musica

Due ricerche confermano il "potere" degli artisti di condizionare le vendite. E da Rihanna a Lady Gaga, in testa ci sono quasi solo donne

Allora riassumiamo: una volta il pop e il rock si inzuppavano di messaggi esoterici, qualche volta satanisti o persino subliminali. Ora grondano spot. E neppure molto nascosti. Sarà un segno dei tempi o, più semplicemente, un cambio di rotta che si adegua alla trasformazione della musica da veicolo di opinioni a semplice bene di consumo. In ogni caso, l'impegno sociopolitico delle canzoni è calato più o meno come la neve sulle Dolomiti e, invece, l'impegno promozionale è cresciuto come il prezzo della benzina. In sostanza, le nuove grandi stelle della musica leggera sono autentiche macchine da soldi che fanno convergere sul proprio repertorio la più incredibile quantità di messaggi pubblicitari che la storia del pop ricordi. Ve li immaginate i Led Zeppelin a sponsorizzare profumi o i Black Sabbath a citare una linea d'abbigliamento? Ovviamente no.

E invece oggi è prassi così tanto comune che chi non la segue è fuori moda. Per capirci, da Rihanna, che a sorpresa ha appena pubblicato il disco Anti, fino a Lady Gaga e Beyoncè, sembra che nella ragione sociale dei cantanti pop alla creazione di canzoni si siano aggiunte la promozione e la vendita di prodotti. Ogni brano, ogni album ormai rischia di avere questo secondo fine che è sempre meno secondo e spesso è pure l'unico. A confermarlo è anche una inchiesta di Elle che pubblica due ricerche sul rapporto sempre meno nascosto tra musica e marketing. Per The NPD Group, Rihanna è la star più «commerciabile» del mondo. Spieghiamoci: i suoi fan, che orgogliosamente si chiamano Navy, «hanno preferenze di brand nettamente riconoscibili» rispetto ai tifosi di altri artisti. Il risultato è chiaro: se Rihanna parla o veste o semplicemente cita un determinato marchio, le possibilità che il suo «endorsement» si concretizzi in un acquisto è 3,7 volte più alto della media. Ma mica è l'unica. Dopo di lei ci sono anche Beyoncé e altri nomi che in Italia sono meno popolari ma nel mondo anglosassone sono megafamosi come Ne-Yo, Usher e Wiz Khalifa. Tutte vere multinazionali che non dicono e non cantano nulla per caso e perciò qualsiasi dichiarazioni rilascino spesso ha un solo obiettivo: commercializzare un prodotto oppure aiutare a farlo.

Anche Repucom ha studiato il fenomeno, concentrandosi più sulla musica live e sulla categoria di ascoltatori più sensibile agli stimoli commerciali, ossia i millenials, i ragazzi nati tra la fine dei Novanta e l'inizio degli anni Duemila. Qui a trionfare neppure tanto a sorpresa è Taylor Swift, un'altra multinazionale che forse sbaglierà qualche canzone ma di sicuro non sbaglia una mossa strategica sin da quando ha vietato allo streaming il suo disco 1989. La seguono altri pesi massimi come Justin Timberlake, Lady Gaga, Katy Perry e Beyoncè che non a caso con Jay Z forma la coppia più ricca del mondo musicale (e del mondo e basta). Come si vede, vincono le quote rose e dei maschi o, figurarsi!, dei gruppi ci sono pochissime tracce. E a confermare l'impalpabilità di quasi tutto il nuovo pop, sempre più privo di connotati specifici e di un identikit riconoscibile, c'è la quantità di società disposte a investire su dischi, tour e semplici apparizioni delle nuove popstar, ormai autentici servizi di catering per brand e griffe. Come scrive Elle, se vuoi sponsorizzare un tour, scegli quello di Taylor Swift. Se produci auto, prendi un appuntamento con Rihanna. Insomma, una volta c'era il product placement, ossia la diffusione di prodotti riconoscibili (ad esempio scarpe, bibite, telefoni) nei propri videoclip o sulle copertine dei dischi in cambio di finanziamenti. Ora di più: è la musica che finanzia questi prodotti mettendosene al servizio. Un autentico cambio di marcia (o meglio: una retromarcia) che senza dubbio aiuta l'industria ma chissà quanto stimola la creatività. Non rimane che aspettare di ingranare, casomai, la marcia giusta.