"Le paludi della morte", un poliziesco che non convince

Un film poliziesco dalle atmosfere crepuscolari, dotato di un qualche fascino magnetico, ma che lascia indifferenti e distaccati nei confronti del dramma che ritrae

Ispirato ad una storia vera, esce al cinema il cupo poliziesco "Le paludi della morte" firmato da Ami Canaan Mann, figlia del regista Michael Mann qui in veste di produttore.

Presentato in concorso alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia col titolo originale di "Texas killing fields", il film è ispirato ad una serie di omicidi irrisolti realmente avvenuti e la sceneggiatura è stata scritta da un ex agente della DEA, Donald F. Ferrarone.

Texas. Una cittadina è circondata da paludi in cui da anni vengono ritrovate cadaveri giovani donne. Nonostante la zona non faccia parte della loro giurisdizione, due poliziotti si fanno carico di porre fine alla sequela di sparizioni e omicidi. Si tratta del detective Souders (Sam Worthington) e del suo collega Heigh (Jeffrey Dean Morgan); il primo texano, cinico e aggressivo e il secondo, appena arrivato da New York, animato da profonda fede e pazienza. Quando a sparire è una ragazzina da loro conosciuta, la piccola Ann (Chloe Moretz), già reduce dal riformatorio e con madre tossicodipendente e prostituta, inizia una corsa contro il tempo per salvarla dalle grinfie dell’assassino.

La trama è convenzionale e purtroppo eternamente attuale. I protagonisti, credibili e ben caratterizzati, incarnano la classica dicotomia agente gentile/agente arido. Il conflitto che coinvolge i due uomini sia sul piano personale sia su quello professionale è ben reso così come, con altrettanto sobrio realismo, la tensione nervosa che li attanaglia nel corso della drammatica indagine.

Il cast è all’altezza e la scenografia non è da meno. Si respira davvero morte in quelle paludi dimenticate da Dio. La fotografia ruvida e pesante dà immagini sporche e spesso sfocate e rende bene l’idea di un luogo afoso, malsano ed oscuro. Le paludi del titolo sono il personaggio silente del film; un baricentro geografico che palpita di una sua vita malefica e di altrettanti segreti sotto all’acqua fangosa e tra gli arbusti.

Nonostante la bravura nella regia, probabilmente dovuta ad una supervisione paterna che più valida non si può, Ami Canaan Mann sembra sprecare un’occasione perché se è vero che il suo modo di raccontare per immagini è ineccepibile, bisogna però rilevare che non è mai coinvolgente. Concentrata forse a non deludere le aspettative estetiche e tecniche, lascia lo spettatore avviluppato in una atmosfera di cupa decadenza ma, nonostante tinte drammatiche e dettagli da thriller, la tensione è sempre monocorde e asettica. Non c’è traccia di empatia tra schermo e sala. Non si partecipa emotivamente al dramma, per quanto possa apparire incredibile.

Resta comunque un ritratto valido e realistico di uno spaccato di società americana ai limiti della sopravvivenza, colma di senza pietà e senza speranza, che ha fatto del male un’abitudine.