Paolo Jannacci riscopre papà: «Piace ai giovani perchè è rap»

L'artista suona un piano verticale a Milano per "Piano City" e poi ritorna in tournèe: "I suoi brani scavalcano le generazioni"

Paolo Jannacci parla come suona il pianoforte: agile, veloce, imprevedibile. Oggi pomeriggio sulla Torre Branca di Milano, posto piccolissimo e pazzesco a cento metri d'altezza, ne suonerà uno verticale, per la precisione un C113 Yamaha, e si divertirà a modo suo, ossia improvvisando. «Mai ripetersi», spiega lui che sfoggia la stessa voce squillante che aveva il padre alla sua età. Anche se accolto dai soliti pregiudizi sul figlio d'arte, Paolo Jannacci è un artista senza barriere, aperto al confronto e sganciato dalle logiche commerciali. A cavallo tra il jazz, il pop e pure il rap. Volendo, è il caso atipico di musicista puro, che parla la propria lingua e pazienza se qualcuno non la capisce: «Però, certo, da quando è nata mia figlia, posso studiare di meno». Et voilà. «Mi piace fare un omaggio a Bill Evans, inizierò così». Dopotutto se si improvvisa, si può andare a braccio. «Poi farò qualcosa dal mio ultimo disco, ma sarà il pubblico a guidarmi. Poi, certo, alla sera, a Villa Reale, il mio concerto sarà più strutturato: partirò con una citazione classica e di sicuro suonerò Over the rainbow, una delle più belle canzoni della storia che in questo periodo mi piace moltissimo suonare». Può capitare che persino oggi ci siano musicisti così: capaci di seguire ciò che amano, a prescindere dal gradimento del pubblico. A Jannacci capita così, forse grazie a un'indole selvatica e difficile da inquadrare. Anche quando parla, lui segue categorie imprevedibili, spesso zigzagando tra argomenti diveri e persino inconciliabili. Come in concerto: «Dice? In questa fase della mia vita vado dove mi porta la musica. E sento che suonare dal vivo è per me una delle cose più appaganti in assoluto. E più stimolanti». Una volta i giovani talenti dicevano che l'obiettivo principale era incidere ottimi dischi.

Ora tutto è cambiato: «Avverto la difficoltà di mettermi in un meccanismo del genere. C'è una sorta di enorme burocrazia discografica. E c'è una domanda che mi viene sempre più spontanea: chi me lo fa fare? Una volta il disco era importante perché lasciava una testimonianza nel tempo. Ora mi pare un po' meno». Molto meno, a esser sinceri. E a guardare che cosa accade in giro per il mondo della musica. Sempre più concerti. Sempre meno dischi. E sempre più tv. Jannacci ne fa parecchia, molto garbata, quasi sempre in secondo piano, come direttore d'orchestra o musicista mai troppo popstar. «Con Fabio Fazio mi sono trovato benissimo. E anche con Gino e Michele a Zelig. Ma questo è un momento di stallo e nessuno mi vuole (lo dice sorridendo - ndr). Intanto suono dal vivo». Ecco. La collocazione giusta. Ideale per lui. Sia da solista. Sia da unico interprete di una memoria, quella paterna, che è assai difficile da tradurre sul palco. Un tour. Un tour cantando (anche) i brani che hanno reso Enzo Jannacci uno dei paradigmi della canzone d'autore italiana. «In concerto suono tante canzoni di mio papà». Ma non solo. L'anno scorso è uscito Desolato, un suo brano postumo registrato anche con J Ax. A proposito: lo segue a The Voice? «Distrattamente. Ma lui è un grande». In fondo Jannacci (Paolo) è un trait d'union tra la canzone d'autore e il mondo del rap. E difatti nel video di Desolato c'è la partecipazione di tanti rapper, da Fabri Fibra a Dargen D'Amico ed Emis Killa: «Quel video ha scatenato una sorta di trasloco generazionale. Molti ragazzi che non conoscevano lo strano personaggio Jannacci lo hanno scoperto grazie a questo brano. Papà aveva un tempo particolare, indubbiamente rap, sganciato dalla metrica ma foneticamente perfetto». Non per nulla è uno dei caposcuola della nostra canzone d'autore.