Paolo Volponi, in letteratura il comunismo può fare male

Chissà perché Paolo Volponi (1924-94) non ricorre nelle conversazioni impegnate, è più citato perfino Luciano Bianciardi. Forse perché Volponi ha lavorato troppo con grandi industriali, all'Olivetti e alla Fiat (da cui però poi fu cacciato quando si iscrisse al PCI), forse perché Bianciardi è noto per La vita agra, mentre di Volponi non si sa mai se sia meglio Memoriale, Corporale o La macchina mondiale, tre romanzi corposi di tutto rispetto. Volponi è nominato giusto da qualche professore universitario pedante, da qualche critico attempato rimasto agli anni Settanta, ma in realtà non esistono volponiani come invece ci sono pasoliniani, i moraviani o i gaddiani. Se parlate di Volponi, state tranquilli che nessuno lo ha letto.

Io, confesso, ho sempre guardato con interesse ai romanzi di Volponi, ma non sono mai riuscito a finirne uno: troppo impelagati in una morale ideologica, il dio denaro, l'impiegato sfruttato, il consumismo alienante: non per altro era molto amico di Pasolini e compagnia bella. Così ho provato con I racconti, appena pubblicati da Einaudi (pagg. 116, euro 17,50), inclusi quelli giovanili. Il più interessante è Annibale Rama, del 1966, di cui la critica ha messo in evidenza il precoce comparire dei computer nella letteratura italiana. È la storia di un ingegnere che inventa un computer rivoluzionario, ma viene ignorato dall'azienda informatica per cui lavora, insomma uno Steve Jobs sfigato, all'italiana. Sarebbe una short story riuscita se il computer non servisse a indovinare i numeri vincenti della lotteria, che cavolata, e pensare che Verne calcolò perfettamente i dati del viaggio lunare.

In Accingersi all'impresa, del 1967, Volponi racconta di un collezionista alla ricerca di preziose lastre originali del Canaletto: la prosa risente dell'influenza di Roberto Longhi, e già oggi l'espressionismo linguistico di Longhi è difficilmente digeribile, allora tanto vale leggersi Gadda. Con il filone fiabesco, invece, Volponi insegue Calvino (si leggano Un re cieco e Tordo balordo) ma le favole non hanno né l'inventiva fantastica di Calvino né la semplicità di Esopo, sono delle palle micidiali. Il miglior Volponi? Quello dei racconti giovanili, dove per esempio in Per me l'angolo più tranquillo... ricorre all'ispirazione dei temi scolastici (i racconti sono svolti come veri e propri temi), a riprova che il successivo apprendimento della divisione marxista tra struttura e sovrastruttura affossa e complica inutilmente il talento di chiunque. Il comunismo, perfino in letteratura, fa male. Il fascismo anche, ma in genere non fa testo.

Commenti

fifaus

Mer, 18/01/2017 - 22:13

Ha mai letto Dino Garrone?

paolonardi

Sab, 21/01/2017 - 14:18

Il comunismo fa male dovunque lo si inserisca perche' e' una filosofia politica e sociale fondata du dogmi irreali, visionari ed contro la natura umana, il comune buonsenso e contraria all'intelligenza che risulta essere un valore negativo sostituito dal livellamento al piu' basso livello della responsabilita' individuale.