Il "Parmigianino" geneticamente modificato non è doc

Orecchio a tortellino e mani legnose: il ritratto presente all'esposizione su Aldo Manuzio e il rinascimento di Venezia non è attribuibile al grande artista del Cinquecento

Mostra sommamente lodevole, e dotta (come ha già scritto su queste pagine Luigi Mascheroni), quella dedicata ad Aldo Manuzio, nelle nuove sale espositive delle Gallerie della Accademia di Venezia, per le triplici cure di Guido Beltramini, Davide Gasparotto, Giulio Manieri Elia, i primi due già benemeriti per la speculare mostra su Pietro Bembo al palazzo del Monte di Pietà di Padova. Scelta perfetta e rigorosa dei libri stampati dal primo e più grande editore italiano, nella compiuta ripresa della letteratura greca e latina, in uno con il rinascimento veneziano in pittura e scultura. Dimostrati per tabulas i rapporti fra tradizione letteraria e civiltà artistica nello scambio tra incisioni, dipinti, plachette, fino alla sintesi sublime della Hypnerotomachia Poliphili, qui nuovamente attribuita ad artisti ritrovati in analoghe, anche se meno ambiziose, imprese. In questo clima sofisticatissimo si insinuano, oltre a Bellini e Giorgione, Lorenzo Lotto, con la sua preziosa Allegoria, Cima da Conegliano, Tiziano Giovane, Vincenzo Catena, presenti con ineffabili prove, di inconfutabile e colta ispirazione umanistica e letteraria.

Voglio fare alcune osservazioni. La mostra (con l'indispensabile catalogo edito da Marsilio) ricostruisce un clima culturale così elevato, tra 1486 e 1516, da non avere l'eguale in nessun altro, pure altissimo, momento di intesa fra le arti. Tutti i legami sono illustrati e chiariti in una serie di stretti e illuminanti confronti. Nulla tolgono alla mostra le singolari imperfezioni che, per precisione, ho annotato nel mio percorso di visita.

A partire dalla prima, clamorosa, sulla nascita di Aldo Manuzio, in «un paese del Lazio», rimuovendo inspiegabilmente il nome della città di Bassiano. Indicibile mistero. La seconda, più grave, è l'assenza dalla mostra di un capolavoro di Gentile Bellini che io, invano, da sottosegretario ai Beni culturali, cercai di acquisire per le collezioni delle Gallerie della Accademia, a una vendita Sotheby's, nel 2001, soccombendo alla migliore offerta della National Gallery di Londra. Perdita grave, trattandosi del «ritratto» del reliquiario del Cardinal Bessarione, proprietà della Accademia ed ora qui esposto. Il suo rilievo straordinario appare potenziato dal meraviglioso dipinto protoumanistico e venezianissimo di Gentile, inspiegabilmente ignorato. La terza, anche più incomprensibile, è la rimozione, benché esposta, della quinta allegoria, con la Fortuna del restello di Giovanni Bellini. Non meritava neppure una didascalia?

La quarta appare invece grave, per chi innalza il rigore come principio ispiratore del proprio metodo; e fatico a credere che i tre curatori, con altri intransigenti, non abbiano valutato il rischio. Parlo della intrusione, fra i ritratti di umanisti e cortigiane, di Tiziano, Palma il Vecchio, Lorenzo Lotto, nella sezione «Quattro lettori aldini», con i quali si chiude la mostra, di un ritratto proveniente dal mercato antiquario, e ora riparato in collezione privata a Montecarlo, riferito senza riserve a Parmigianino. Il nome «Franc p» sulla copertina del libro allude a Petrarca, come scrissi, non a Parmigianino. Ho motivati dubbi che non lo sia. Mi fu sottoposto anni fa, quando presiedevo il comitato nazionale per le celebrazioni del quinto centenario della nascita del pittore, e preparavo la monografia nella quale lo pubblicai con qualche imbarazzo e alcune riserve sulla datazione (1526), suggerita da una scritta (postuma) sul retro della tavola. Si tratta di un'opera non documentata e attribuita solo da una parte della critica, nonostante l'evidenza di insufficienze come l'orecchio a tortellino e le mani legnose e rigide, incomparabili con le finissime del Parmigianino. In ogni caso un'opera, letteralmente, inadeguata fra tanti capolavori di illustri provenienze.

Perché, nel dubbio, esternato anche da David Ekserdijan, curatore della mostra di Correggio e Parmigianino alle scuderie del Quirinale (che hanno evitato di richiederla), accoglierla in una mostra tanto prestigiosa, favorendone il privato proprietario? I curatori la ritengono, insospettabilmente, autografa? Non ne vedono i palesi difetti, al punto da non manifestare il minimo dubbio?

Commenti
Ritratto di Dario Maggiulli

Dario Maggiulli

Gio, 02/06/2016 - 16:39

Finchè c'è Sgarbi non c'è pace per migliaia di responsabili dell'Arte in Italia. Critici d'arte, direttori di musei, curatori vari. Tutti lo vogliono morto. Vivo lui, tutti hanno il terrore di essere presi a bersaglio. E chissà quali saranno state realmente le cause della morte di Federico Zeri? Una sorta di Attila, il flagello di Dio. -r.r.- 16,39 - 2.6.2016