Da Pasolini ai B-movie, storia di un produttore

Bini diventò ricco con i film "difficili" e si ritrovò povero con quelli popolari

«La vera arte del cinema è trovare i soldi per fare il cinema», racconta Bernardo Bertolucci ricordando Alfredo Bini. E Alfredo Bini, uno dei produttori cinematografici più straordinari che l'Italia abbia avuto, carattere difficile, uomo autoritario, eleganza naturale, «un enorme e inconsolabile puttaniere» come ammette chi lo conobbe bene, gourmet entusiasta e cineasta coraggioso (fece della guerra alla censura una battaglia intellettuale), progressista nell'arte (i suoi film per un lungo decennio furono l'avanguardia dell'innovazione e della ricerca) e conservatore per indole (come tanti uomini di spettacolo dopo l'8 settembre entrò nella Rsi, fu pragmaticamente anticomunista, negli anni '90 si avvicinò al centrodestra), Alfredo Bini fu tanto bravo nel trovare i soldi per fare cinema, da non avanzare un euro per se stesso.

Dopo una carriera d'oro esplosa tra gli anni '60 e '70 - quando frequentava le donne più belle del jet set («Arrivato a duecento ho smesso») ed era sposato a Rosanna Schiaffino, una delle attrici italiane più irresistibili del tempo - improvvisamente perse nello scorrere di un fotogramma il «giro» del grande cinema, la gloria, la famiglia, le ville, ma mai la dignità (non chiese aiuto a nessuno) e finì gli ultimi anni della vita in un motel a tre stelle sulla Statale di Montalto di Castro, dove si presentò - restandoci dieci anni, fino alla morte nel 2010, grazie all'albergatore che lo alloggiò gratis in una dependance - come ospite inatteso. E, ieri, protagonista del bellissimo documentario L'ospite inatteso del giovane regista Simone Isola, il dimenticatissimo Alfredo Bini è tornato alla Mostra del cinema di Venezia, dove nel 1964 arrivò per presentare in anteprima Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini. Al Lido difese fisicamente il regista omosessuale dagli insulti dei neofascisti che gli gridavano Sei venuto con la tua fidanzata?! , poi se ne andò portandosi a casa il Gran premio della Giuria.

Leoni d'argento e film che incassavano a peso d'oro. Partito nel 1960 con Il bell'Antonio di Mauro Bolognini tratto da Vitaliano Brancati (con i primi problemi con la censura, vista la potenza di una storia sull'impotenza maschile), passato attraverso tutti i film di Pasolini, che produsse lasciandogli libertà assoluta, da L'accattone fino a Edipo re («Poi iniziai a sentire odore di morte», ricorda in uno spezzone di una vecchia intervista Rai), dopo il Satyricon di Gian Luigi Polidoro che mandò nelle sale in concorrenza con quello di Fellini, il quale prima doveva girare il film poi gli rubò titolo e idea, Alfredo Bini spostò l'inquadratura verso il cinema porno-soft e gli spaghetti splatter, dall'erotico-esotico Decamerone nero di Vivarelli allo slasher movie Reazione a catena di Bava. L'inizio del successo del cinema di genere italiano ma la fine della carriera produttiva di Bini. Dopo ci sarà a malapena la legge Bacchelli e poi l'oblio. Fino a oggi, grazie alla Mostra di Venezia. Da dove proviene la sequenza più bella del documentario. Quando, nel Lido degli anni '60, sul palco di una Sala Grande elegantissima di smoking, Alfredo Bini, ritirando l'ennesimo premio, spiega la sua convinzione nel paradosso che il pubblico possa accettare il cinema d'autore e decretarne il successo commerciale. È il grande insegnamento che L'ospite ritrovato - baffo da dandy, pochette nel taschino e anticonformismo nell'anima - regala, a cinque anni dalla morte, al festival di Venezia.