Ma perché i cine-festival non diventano talent show?

Ma il Leone d'oro a Sacro Gra ha giovato o nuociuto al cinema italiano? Se lo chiede Gianni Canova dalle pagine della rivista 8 e ½, raccontando che negli ultimi mesi del 2013 ha raccolto solo reazioni negative da parte del pubblico, spinto in sala a vedere il noioso docufilm, vincitore al Lido, perché garantito dal bollino di qualità. Tra chi, deluso, si è proposto di non andare mai più a vedere un film italiano e chi si è sentito truffato, un dubbio è sorto: magari il Leone d'oro al road-movie di Rosi ha espresso unicamente la volontà della giuria di «mostrare la propria originalità e spregiudicatezza giudicante, invece che indicare l'eccellenza dei film in concorso», scrive Canova. Che lancia una proposta provocatoria, quanto al funzionamento delle giurie dei grandi festival: e se trasformassimo il loro lavoro in una specie di talent show? Cinque giurati potrebbero riunirsi, alla fine di ogni proiezione ufficiale dei film in concorso, in una seduta pubblica. E discutendo sul film appena visto, ognuno dei cinque giurati «potrebbe esprimere un voto da uno a dieci, motivando pubblicamente il proprio giudizio». Il presidente può esprimere fino a 15 punti per film e i film che hanno avuto più voti vanno al ballottaggio: chi ha più consensi, vince. «Somiglia troppo a un talent show? E anche fosse? Ai Festival si tornerebbe ufficialmente a parlare di cinema, a discutere e a litigare sul film», polemizza Canova.
Certo, l'idea di adottare un metodo televisivo, con discussione tra i giurati e voto film per film, scatenerebbe l'ansia di protagonismo tra gli addetti ai lavori. E poi: dove mettiamo i giurati? «Su un palco con la platea piena di fans rumoreggianti per l'uno o l'altro titolo? Almeno, in tivù i fans hanno il televoto!», osserva il produttore Roberto Cicutto. Con Cannes e Venezia in avvicinamento, un'innovazione ci starebbe bene. Anche perché i festival rischiano di diventare obsoleti, tra la fruizione online dei film presentati e gli alti costi di mantenimento. L'idea di un festival che diventa «anche una grande palestra critica», «che scatena la rete nei commenti alle decisioni dei giurati», con il pubblico che partecipa e parteggia non sembra peregrina. Certo, l'esercizio pubblico «di critica cinematografica trasparente e motivata» evoca il sapore del kolchoz dopolavoristico. Ma visto che da noi chiunque ha due lavori, quello suo e quello di cinecritico, una tale innovazione avrebbe il suo perché.