Persico, il critico operaio che ricostruì l'arte italiana

Dalla catena di montaggio della Fiat alla scoperta dei "Sei di Torino", collaborò a riviste e sostenne Rosai e Sironi

Nella notte fra il 10 e l'11 gennaio 1936 morì nella sua abitazione milanese, a soli trentasei anni, il critico d'arte Edoardo Persico. La scomparsa avvenne in circostanze mai del tutto chiarite: il corpo fu ritrovato nudo in bagno, la testa incastrata tra il muro e il lavandino, il fegato spappolato, il collo fratturato. La morte venne attribuita a una crisi cardiaca, ma, dopo l'autopsia, sul certificato fu scritto: «causa di morte indeterminata». Un vero e proprio giallo, insomma. Non a caso, qualche anno fa Andrea Camilleri costruì, attorno alla vicenda, un romanzo, scritto con l'accattivante taglio dell'inchiesta storico-giornalistica, dal titolo Dentro il labirinto (Skirà) nel quale ipotizzava che il critico fosse stato ucciso dai fascisti.

Che Persico non fosse in odore di ortodossia politica è noto. Il suo antifascismo era iniziato presto. Nella seconda metà degli anni Venti questo inquieto e geniale napoletano nato nel febbraio 1900 era stato catapultato dalla solare città partenopea alla nordica e brumosa effervescenza di Torino. Qui si era dovuto adattare, lui già studente di giurisprudenza, a un duro lavoro da operaio nelle catene di montaggio della Fiat. Egli, tuttavia, aveva già maturato la passione per l'arte e l'architettura, aveva manifestato velleità letterarie e non aveva fatto mistero dei suoi interessi politici divisi tra simpatie socialdemocratiche e suggestioni misticheggianti. Da tempo si era avvicinato a Piero Gobetti e aveva cominciato a collaborare con lui, prima, su La Rivoluzione Liberale e, poi, su Il Baretti. Nel primo articolo scritto per La Rivoluzione Liberale e pubblicato alla fine del 1924 egli, pur stigmatizzando il «malizioso costume di stabilire analogie fra la dittatura del generale Primo de Rivera de Estella e il nuovo regime del signor Mussolini» aveva accennato alle «pose comuni ai due Sancio».

L'esordio di Edoardo Persico fu però letterario: un racconto filosofico, La città degli uomini d'oggi, scritto a Napoli nell'autunno 1922, ricco di echi di scrittori cattolici come Ernst Hello, Charles Péguy e Domenico Giuliotti. Peraltro gli interessi letterario-filosofici di Persico - che affondavano le radici in certa cultura spagnola, in particolare di Unamuno e di Valle-Inclán, e nel cattolicesimo intransigente e strapaesano di Giuliotti e di Federigo Tozzi - sarebbero stati rapidamente affiancati se non soppiantati da quelli per l'arte. Ed egli divenne un vero e proprio talent scout di giovani e promettenti artisti. La sua più significativa scoperta fu il gruppo dei «sei pittori di Torino» - Jessie Boswell, Gigi Chessa, Nicola Galante, Carlo Levi, Francesco Menzio, Enrico Paolucci - nel quale egli vide un tentativo di rottura nei confronti del conformismo e della retorica dell'«arte fascista» del «Novecento Italiano», degenerazione, piuttosto che sviluppo, dell'originario gruppo artistico del «Novecento» sostenuto da Margherita Sarfatti.

A partire dalla fine degli anni Venti Persico fu molto presente nel mondo artistico: firmò cataloghi, fondò la galleria milanese Il Milione, collaborò a importanti riviste di critica d'arte come, per esempio, Belvedere o a La Casa Bella fondata da Guido Marangoni poi divenuta Casabella e della quale avrebbe assunto la condirezione insieme a Giuseppe Pagano. Come osserva Giuseppe Lupo nell'introduzione alla raccolta dei suoi scritti, pubblicata col titolo Notizie dalla modernità. Tutte le opere (Aragno, pagg. 1188, euro 60), la lettura delle pagine di Persico, anche di occasione, ci consegna l'immagine di «un intellettuale dissacrante e visionario, autodidatta e irregolare, tipico rappresentante di quella nutrita schiera di intellettuali che per un breve tempo hanno occupato la zona d'ombra tra fascismo di sinistra e antifascismo».

A ben vedere, in realtà, di fascismo, sia pure di sinistra, c'è ben poco in Persico, salvo, forse, una qual certa simpatia generazionale nei confronti di Berto Ricci e del suo gruppo di intellettuali eterodossi raccolti attorno alla polemica rivista L'Universale e anche una sincera ammirazione per Ottone Rosai. Una ammirazione testimoniata dal fatto che, per inaugurare la sua galleria Il Milione, volle una personale dell'artista toscano. E agli intervenuti al vernissage raccolti attorno a Rosai disse che con quell'iniziativa si proponeva di cominciare una «disperata polemica» contro «la decadenza del gusto italiano». Anni dopo, inaugurando una mostra dedicata ad artisti siciliani, tra i quali Renato Guttuso e Nino Franchina, egli richiamò, in nome di una continuità ideale, proprio la mostra di Rosai e parlò di «arte nuova» che lungi dall'essere «associazione» o «scuola», avrebbe dovuto rappresentare «piuttosto l'innuclearsi e l'organizzarsi spontaneo di quegli artisti italiani che possono intendere le ragioni dell'unità di un'arte europea».

A un orizzonte culturale europeo e a un'arte che non fosse solo bozzettistica, Persico, soprattutto dopo l'incontro con Lionello Venturi, fece sempre esplicito riferimento. È significativo che, all'inizio del 1934, egli, citando esponenti della cultura europea d'avanguardia, difendesse ancora Rosai contro quanti, a cominciare da Ardengo Soffici, ne ribadivano il carattere toscano se non addirittura la fiorentinità: «Guardate la copertina di Via Toscanella: c'è stampato sopra in rosso: W. Ottone Rosai. Ricordate Sergio Esenin? Anche questo poeta, scappato da non si sa dove, questo reduce da mille avventure, questo irregolare scriveva di notte sui muri di Mosca: W. Sergio Esenin. Ma leggete Via Toscanella e pensate a Chagall: come è identica la Firenze di Rosai alla Witebsk di Chagall! Pensate a Bert Brecht, a questo demonio scatenato dell'espressionismo tedesco che canta per gli angiporti le canzoni dei reduci rivoltosi, e la figura di Rosai vi apparirà fuor delle vignette di cui si è compiaciuto il nuovo bozzettismo toscano».

Di un grande artista come Mario Sironi, sinceramente e dichiaratamente fascista, Persico non poteva che dire bene riconoscendo che era «un pittore tragico e modernissimo, uno dei pochi artisti italiani» che avevano «un mondo plastico, e quindi spirituale, ben definito e inconfondibile». Ma per l'ambiente strapaesano dei Soffici, dei Maccari e dei Longanesi, egli non nutriva simpatia: il primo, che pure aveva avuto contatti con l'avanguardia europea, era diventato «il curato di Poggio a Cajano», mentre gli altri si erano trasformati nei «due più agitati sagrestani della parrocchia di Strapaese». Longanesi, in particolare, aveva creato con L'Italiano «la rivista più rappresentativa di quella mezza cultura» che pretendeva «col darsi un tono sapiente, di passare per cultura vera».

Del resto, Persico, man mano che trascorreva il tempo, si trasformò in propagandista dell'arte contemporanea e favorì la conoscenza, per esempio, di Paul Klee, di Vasilij Kandinskij, degli astrattisti italiani attraverso mostre e articoli che sono rimasti come piccoli gioielli di critica. E come appassionato di architettura divenne il paladino del razionalismo italiano. Progettò di scrivere una storia dell'architettura moderna. Ne è rimasta solo un'anticipazione: la conferenza Profezia dell'architettura del 1935, che definisce l'arte non «espressione del tempo» ma manifestazione di «indipendenza e libertà dello spirito». Una sorta di testamento spirituale.