Il pescecane killer che nuota nell'Arena

di Luca Crovi

«È stato un pescecane!».

«Come hai detto ragazzo?».

«È stato un pescecane, signor commissario, a mordere mia mamma!».

«Ma sei sicuro?» fece il commissario De Vincenzi rivolgendosi con dolcezza al bambino.

«Sicurissimo signor commissario. Ne ho visto uno uguale all'Acquario Civico».

De Vincenzi focalizzò nella sua mente la palazzina liberty che ospitava il terzo acquario d'Europa, costruito nel 1906 in occasione dell'Esposizione Internazionale di Milano. Ci passava davanti spesso, dopo aver attraversato il Parco Sempione. Una tappa obbligata per lui per schiarirsi le idee e raggiungere a piedi la Questura in Piazza San Fedele, partendo dalla piccola casa di via Massena in cui abitava. Si era spesso divertito a guardare i pesci che nuotavano nelle grandi vasche dell'Acquario Civico e osservava con curiosità i bimbi che amavano visitarlo. Milano aveva da sempre un rapporto speciale con l'acqua, il mare e i suoi abitanti. E non solo per la presenza in città dei navigli. Il luogo che meglio trasformava lo spettacolo in acqua era l'Arena Civica. L'architetto Luigi Canonica l'aveva realizzata di forma ellittica ispirandosi agli anfiteatri romani e rielaborando la struttura del Circo di Massenzio. Il 17 dicembre del 1807 era stata inaugurata alla presenza di Napoleone con una grande naumachia e da allora i giochi d'acqua avevano caratterizzato quella struttura.

La povera Stefania Cerioni era morta affogata proprio durante uno degli spettacoli più mirabolanti organizzati in quella sede. Esperta nuotatrice, abituata a frequentare la piscina dei Bagni del Grand Hotel Diana, era misteriosamente sprofondata nelle acque dell'Arena cadendo da una gondola che la stava portando in giro per un carosello con suo figlio Nando.

Il gondoliere aveva affermato che mentre un fuoco d'artificio si era innalzato nel cielo la barca era stata urtata violentemente e proprio allora la donna era volata fuori bordo. Nel buio aveva cercato di soccorrerla ma il corpo si era inabissato. Quando erano riusciti a recuperarlo Stefania era ormai defunta.

«La signora Cerioni è stata sbalzata fuori dalla gondola».

«E nessuno della barca che vi ha colpiti è intervenuto?».

«Non ho visto nessuno vicino a noi. Ho sentito solo un forte urto e la signora è caduta in acqua. C'era tantissima confusione e i fuochi d'artificio coprivano con il loro rumore le voci dei presenti. Se anche la signora avesse urlato non saremmo riusciti a sentirla».

«Ma perché il bambino continua a sostenere che sua mamma è stata divorata da un pescecane?».

«Non lo so commissario... credo che sia ancora sconvolto per ciò che è accaduto... penso che forse se lo sia solo immaginato».

«Ci vuole una bella fantasia per immaginarsi un pescecane che sbuca nel bel mezzo dell'Arena...».

Il commissario De Vincenzi aveva ripensato a mente fredda a ciò che era accaduto in quella sera di luglio del 1926 e concluse che solo un sopralluogo avrebbe potuto chiarirgli gli eventi accaduti.

Appena giunse all'Arena Civica davanti all'ingresso principale vide appeso un manifesto realizzato dal pittore Leopoldo Metlicovitz che rappresentava un folto gruppo di gondole che si muovevano sull'acqua davanti a una colorata cornice teatrale. Il cartellone annunciava per il 19, 21 e 22 luglio «La Laguna a Milano. Festa Veneziana all'Arena». E specificava quello che il pubblico doveva attendersi: «Luminarie galleggianti, fuochi d'artificio» e un grande concerto «vocale strumentale diretto dal maestro cavaliere Damiani con 200 professori d'orchestra e 1000 voci». I prezzi dello spettacolo erano precisi: 20 lire per il pulvinare, 10 per i posti centrali e 5 per gli spalti.

Raggiungendo le gradinate De Vincenzi rimase stupito dal bacino d'acqua che si presentava davanti ai suoi occhi. Sembrava un lago.

«Ha visto che spettacolo commissario?».

La voce del vicecommissario Bruni fece girare il poeta del crimine.

«Davvero impressionante».

«E pensi commissario che qui all'Arena si può fare di tutto: inseguimenti di bighe, gare ginniche, naumachie, prove di lancio con il paracadute, decolli di mongolfiere, partite di calcio, gare di tiro al piccione».

«Beh, queste so che non sono state molto amate dagli abitanti della zona e sono state pure proibite. È buffo. Si sono lamentati per gli spari mentre ogni settimana non hanno mai alzato la voce per gli scoppi degli spettacoli pirotecnici che hanno luogo qui dentro».

«Quando nel 1906 Buffalo Bill portò qui il suo spettacolo circense qualcuno pensava che la città fosse stata invasa dai pellerossa...».

«Ma quanto ci impiegano a riempire d'acqua il bacino dell'Arena?».

«Quasi una giornata, commissario. Poi per svuotarla fanno in fretta. L'acqua viene immessa con dei canali sotterranei che sono alimentati dalla roggia Castello che è una deviazione del Naviglio della Martesana e che parte dal Tumbun de San Marc».

«È un lavoro di ingegneria incredibile!».

«Il fondale è talmente profondo che nell'agosto del 1830 vi hanno fatto nuotare una balena vera. Nel 1863 ci hanno organizzato persino una battaglia navale con tanto di cannoni che sparavano e corsari che facevano abbordaggi».

«Quindi possiamo dire che le gondole veneziane di ieri sera sono poca cosa...».

«Siamo abituati a vedere spesso le gondole a Milano, commissario, attraversano i Navigli e in occasione della festa sulla Darsena le fanno sfilare cariche di fiori accanto a canotti, pattini da mare, barche da pesca, zattere. Per non parlare delle piccole imbarcazioni colorate a forma di pesce che tanto divertono i bambini».

De Vincenzi rimase in silenzio per un po'. Si mise una mano in tasca e pensieroso continuò a scrutare l'Arena colma d'acqua dall'alto degli spalti. Alcuni uomini con una barchetta stavano raccogliendo dall'acqua alcuni oggetti lanciati la sera prima dagli spettatori: resti di candele e lanterne, programmi di scena ormai inservibili, cappellini di paglia...

«Bruni, sai dov'è il deposito delle barche?».

«Qui sotto, commissario. Se vuole l'accompagno a vederle».

«Andiamo. Ho il sospetto che da qualche parte sia stato nascosto il pesce di cui parlava il piccolo Nando Cerioni».

«Un pescecane, commissario... ma sta scherzando!».

«No, sono serissimo!».

Bruni e De Vincenzi fecero un giro di ispezione fra le gondole che erano state preparate per la serata. E in mezzo a quelle imbarcazioni veneziane individuarono proprio il pescecane. Era un sandolo a sbatole con la forma di pesce e tanto di squame e pinna scolpite sul dorso. Una spaventosa bocca aperta con le fauci dentate faceva da prua. Due occhi diabolici erano stati dipinti sullo scafo e accanto alla barchetta era deposta una pagaia. Era stato sicuramente quell'originale kayak che tanto somigliava a un pescecane a sbalzare dalla gondola la povera Stefania Cerioni. Interrogando alcuni gondolieri De Vincenzi e Bruni scoprirono che i sandoli erano molto diffusi sul Canal Grande e venivano affittati dai fitabatele veneziani ai turisti. La terrificante barca a forma di pesce che avevano individuato era però di proprietà di un barcaiolo milanese che era solito partecipare ai caroselli anche sui Navigli.

«Purtroppo commissario il Sanfilippo ha un brutto vizio» aveva spiegato un anziano gondoliere che stava sistemando la sua barca nel deposito.

«Alza il gomito?».

«Non solo, commissario. Di solito, quando c'è confusione approfitta delle piccole dimensioni della sua barca e si avvicina a quella degli altri e riesce sempre ad accaparrarsi con destrezza merce non sua. Lo chiamano tutti El Torta perché non spartisce con nessuno».

Aveva ragione il piccolo Nando. Era stato un pescecane ad azzannare sua madre. Un malnatt della ligéra che si era avvicinato alla gondola e nel tentativo di rubare la borsa della povera Stefania Cerioni aveva fatto cadere in acqua la donna, facendola morire affogata. Quanto sarebbe mancata quell'acqua a quel pescecane una volta rinchiuso dietro le sbarre di San Vittore!