Dalla Pfeiffer a Ed Harris e Buscemi I veri protagonisti sono i comprimari

Fuori i primi, dentro i secondi. Molti film, a partire da quello di Aronofsky sono tenuti a galla dagli attori non principali

Dal nostro inviato

Sulla bravura degli attori non si discute. È sull'originalità e la credibilità di certe storie che invece Vale per il film in concorso ieri, mother! (minuscolo), di Darren Aronofsky, tra i più attesi e alla fine più fischiati al Lido. Ma vale, crediamo, per molti dei titoli presentati finora a Venezia, opere (mediamente di qualità superiore persino allo scorso anno, almeno per quanto riguarda il concorso) baciate da grandi interpretazioni. Soprattutto nei ruoli di secondo piano. I veri protagonisti della Mostra, quest'anno, sono i non protagonisti.

Prendiamo, appunto, mother!. La scrittura lascia a desiderare, la storia parte bene ma poi si perde tra il metafisico d'accatto e il mistero che sfiora la farsa. Il cast però è perfetto, e non solo per il red carpet. Ma, ecco il punto, a svettare è la coppia di attori (non protagonisti) Ed Harris-Michel Pfeiffer, straordinari nell'impersonare i due ospiti, inattesi e inquietanti, che suonano alla casa di Jennifer Lawrence e Javier Bardem. Finché ci sono loro (peccato siano due star un po' dimenticate ultimamente dal grande cinema) il film sta in piedi, e la tensione sale. Appena escono dalla storia, crolla tutto. Metaforicamente, e non solo. Sia la Pfeiffer sia, soprattutto, Ed Harris (che fa capolino anche nell'altro titolo di giornata, il documentario con Jim Carrey Jim&Andy, ai tempi in cui era il Christof ex machina di Truman show) sembrano peraltro reggere il passaggio del tempo - senza volerlo fermare, ma cambiando fisico e recitazione negli anni meglio di quanto faccia ad esempio la coppia (leone) d'oro della Mostra: Jane Fonda e Robert Redford, punto di forza ma anche di debolezza del film-evento Our Souls at Night, un po' troppo congelati nel loro passato, e plastificati nei loro lineamenti.

La linea sembra quella. Il comprimario prende più applausi del primo attore. Il film di apertura della Mostra, Downsizing di Alexander Payne, ad esempio. Matt Damon è bravo, niente da dire. Ma bastano poche scene di Christoph Waltz (uno che in effetti, ormai, qualsiasi cosa giri strappa l'applauso), per oscurarlo. È vero: le battute più belle del copione sono per lui, ma di suo ci mette faccia, voce, corpo e qualcosa in più. Ri-prendiamo Matt Damon. Anche in Suburbicon di George Clooney è bravo, come è brava l'altra protagonista principale, Julian Moore, nel doppio ruolo delle sorelle gemelle. Ma la (lunga) sequenza che sarà ricordata del film è quella con un Oscar Isaac meraviglioso nella parte di un cinico e perfetto agente d'assicurazione.

Ancora. Guardiamo i due film in concorso che (a oggi) hanno il maggior numero di stellette nel pagellone stilato dai critici italiani per il magazine giornaliero della Mostra. È vero, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri (punteggio 4,44) ruota tutto attorno alla fantastica Frances McDormand (Coppa Volpi per la miglior attrice quasi sicura), ma può contare su due spalle solidissime, Woody Harrelson e in particolare Sam Rockwell. E The Shape of Water (punteggio 4,05) di Guillermo Del Toro porta in dote, dal punto di vista attoriale, l'eccellente cattivissimo Michael Shannon, del resto sempre grandissimo, dall'alto del suo metro e novantacinque, dovunque lo si metta (e in effetti quando in altri film è stato promosso protagonista, ha dato di meno). E Steve Buscemi? Diciamolo: è l'unico, da comprimario, a provare a tirare la corsa di Lean on Pete di Andrew Haigh, film per il resto dimenticabilissimo. E poi c'è L'insulto del libanese Ziad Doueiri: la coppia di litigiosi protagonisti, è perfetta. Ma il film, come surplus, presenta l'attrice, se non più brava, più bella vista finora sui grandi schermi di Venezia (almeno per chi scrive): Rita Hayek. E anche questo, in un grande festival, aiuta. Fuori i primi, dentro i secondi.

Commenti

Giorgio Rubiu

Mer, 06/09/2017 - 10:51

Buscemi è un ottimo attore e la dimostrazione vivente che il non essere bello ed avere un'orribile dentatura può essere una qualità invece che un difetto. Nel cinema ci vogliono anche i meno belli