Più napoletane che hollywoodiane, ecco le fiabe horror di Matteo Garrone

Arriva la risposta europea ai fantasy americani fracassoni e sanguinolenti, stile Trono di Spade e ha l'approccio umanistico de Il racconto dei racconti di Matteo Garrone, film in concorso il 14 maggio a Cannes e nelle nostre sale, con oltre 400 copie. Un'uscita a pioggia che, forse, cela il timore che l'ammaliante, ma inusuale (dato il palato moderno) lavoro del regista romano, al suo primo film fantastico, possa sbattere contro il muro di gomma dell'aridità a noi contemporanea.

Bisogna essere fortemente predisposti all'affabulazione e avere una mente bambina per farsi trasportare in una malìa narrativa, che ha il gusto dell'horror, ma non i rutilanti effetti speciali made in Usa. Presto sapremo se l'orgia barocca di cuori pulsanti, pulci giganti, orchi e megere liberamente derivati da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, autore barocco che servì da fonte primigenia ai fratelli Grimm, a Charles Perrault e Hans Christian Andersen, re della fiaba, incontrerà il favore del pubblico. «Voglio sale strapiene: ho fatto il film per il pubblico, prima ancora che per il festival, guidato dal testo di Basile, genio assoluto che ho sentito subito familiare», dice Garrone, che dedica il suo horror-fantasy al padre Nico, scrittore e critico teatrale, e al compagno di sua madre, Marco.

Dei 50 «cunti», pubblicati da Adelphi (traduzione a cura di Ruggero Guarini) e caldeggiati, negli anni Venti, dal filosofo Benedetto Croce - che pure ne riconobbe l'ardua lettura in «antico e non facile dialetto» (il napoletano del Seicento), soltanto tre arrivano sullo schermo. «Sceglierli è stato doloroso: c'erano tanti bei racconti e comunque penso a una serie. Di sicuro, a un sequel», spiega Matteo. Il quale impiega un costoso cast di stelle globalizzate (budget: 12 milioni di euro, parte dei quali corrisposti dal Ministero dei beni culturali, Eurimages e Apulia Film Commission), dove spiccano Salma Hayek come Regina di Selvascura, triste, ancorché seppellita da perle, strascichi e diademi, ma kitsch quando divora il cuore d'un drago marino pur di restare incinta e Vincent Cassel nel ruolo semicomico del re erotomane, tratto in inganno dalla voce melodiosa d'una vecchia tintora, che possiede carnalmente, poi ripugnandola.

«Nessuna banca italiana ha creduto nel mio progetto: per fortuna ho trovato in Francia i liquidi necessari a iniziare le riprese. I finanziatori coinvolti pagano, infatti, dopo 2-3 anni. Mi è dispiaciuto non pagare gli interessi in Italia», si rammarica Garrone, che da ex-pittore qui cita plasticamente i quadri di Goya, col loro nero assoluto e la sensualità preraffaellita di Klimt, affogandola in un mare di rosso: dal sangue alle cipolle. Si ride, anche, quando il re di Altomonte (Toby Jones) s'incapriccia d'una pulce, nutrendola fino a farla morire di obesità o quando, peregrinando tra arrotini e barbieri, la vecchia Imma cerca chi la scortichi, per ringiovanirsi. Difficile non pensare alla mania del lifting e alla modernità di Basile.