Di Pietrantonio: "Un Campiello per la mia terra"

Campiello 2017, Donatella Di Pietrantonio e Matteo Zoppas

da Venezia

Ha stracciato gli altri quattro scrittori in lizza con un distacco che non si vedeva da molto tempo. Donatella Di Pietrantonio ha trionfato con 133 voti sui 282 della giuria popolare alla 55esima edizione del Premio Campiello grazie al suo L'Arminuta (Einaudi): a mangiare la polvere solo Stefano Massini con il suo Qualcosa sui Lehman (Mondadori) e 99 voti. Per gli altri, una inconsistente manciata di preferenze: 25 a Mauro Covacich, 13 ad Alessandra Sarchi e 12 a Laura Pugno. «Avevo paura ad aspettarmi questa vittoria, però sentivo forte il tifo dei lettori e trattandosi di giuria popolare pensavo fosse di buon auspicio», confessa la Di Pietrantonio, abruzzese di Arsita, classe 1963, che scrive nel tempo libero, mentre di professione è dentista pediatrica a Penne, dove vive. Già caso editoriale nella primavera di quest'anno, L'Arminuta è la storia, che inizia nel 1975, di una «ritornata» (questo significa il titolo in dialetto abruzzese): una ragazzina «data via» dalla famiglia biologica a genitori adottivi viene restituita. E passa da un agiato contesto borghese a una brutale realtà rurale, fatta di odori, sapori e una lingua, il dialetto, che non riconosce e che non la riconoscono: «Nel mio territorio, e come ho scoperto poi dappertutto in Italia, le storie di figli dati in adozione da famiglie numerose a coppie sterili erano molto frequenti» ci spiega l'autrice. «I lettori si sentono avvinti e coinvolti dalle due sorelle del libro, l'Arminuta e Adriana, e provano angoscia per il loro destino: leggono velocemente, vogliono sapere se si salveranno. Poi tornano, magari, con una rilettura meditata».

Ancora sul palco della Fenice, il trofeo in mano, tra i primi pensieri della Di Pietrantonio c'è stata la sua terra, l'Abruzzo, battuta dai terremoti e dagli incendi, cui ha dedicato il Premio e in cui ha ambientato gli altri suoi due romanzi, Mia madre è un fiume e Bella mia (entrambi Elliot): «La mia terra mi ispira, ma la mia urgenza narrativa è la maternità. Fin da bambina, sentendo storie come quelle dell'Arminuta mi chiedevo a quale madre e famiglia sentissero di appartenere davvero. Di chi sei figlio?, chiedono le persone anziane quando vogliono capire chi hanno davanti: non puoi dire chi sei se prima non hai capito di chi sei». L'idea di questo romanzo è stata proprio il ritorno alla famiglia biologica, per indagare lo shock emotivo e linguistico dei personaggi, cosa che nelle storie vere di bambini adottati ascoltate dall'autrice non è accaduto mai. Ma è vero che ha cambiato il finale? «Al momento della consegna del manoscritto. Perché volevo che il personaggio della madre adottiva risultasse meno mostruoso, volevo raccontare che cosa l'ha condotta alla decisione tremenda, svelare la sua fragilità e quindi la sua umanità. Mi hanno anche chiesto un seguito, dedicato ad Adriana, la sorella, un personaggio potente, accattivante. Ma non so se lo scriverò. Non lavoro a un romanzo da quando ho chiuso L'Arminuta». E qual è allora il suo prossimo progetto? «Tornare a casa».