Il pop è diventato rosa e ora i rocker vedono nero

Da Miley Cyrus a Katy Perry, per Billboard il 2014 è stato delle donne Le stelle come Springsteen e Rolling Stones scivolano nelle retrovie...

In fondo ci vuol poco a capirlo: basta dare un'occhiata alla classifica di Billboard per accorgersi che nel 2014 il pop è stato donna. Le più acquistate. Le più chiacchierate. Le più seguite. Come ogni anno da un bel po' di decenni, la bibbia della musica leggera compila l'elenco dei cento personaggi decisivi, quelli che hanno dominato la scena dall'inizio alla fine. Ovvio, rispetto chessò ai '70, i parametri di giudizio sono cambiati e ormai si valutano non soltanto le tradizionali vendite discografiche, l'airplay radiofonico e i concerti ma anche lo streaming e la rilevanza sui social network.

Un altro mondo.

In ogni caso, ci vuol poco a capire chi, secondo Billboard , è stato l'artista top: i One Direction che hanno colonizzato classifiche e social per dodici mesi senza sosta. Poi, per chiudere la top ten, Katy Perry, Beyoncé, Taylor Swift, Justin Timberlake, Iggy Azalea, Ariana Grande, Miley Cyrus, Pharrell Williams ed Eminem. Sei donne, un gruppo (che ha una fan base smaccatamente femminile) e tre uomini. E anche tra gli altri novanta nomi la presenza femminile (e under 30) è fortissima, da Lorde (undicesima posizione) a Nicki Minaj (21), Lady Gaga (23) e via dicendo.

D'accordo, Billboard monitora soltanto la situazione americana ma, come si sa, gli States sono lo specchio del pop. Dopotutto, se proprio bisogna dirlo, anche in Italia la situazione non è molto diversa perché, da Emma a Giorgia a Laura Pausini, il 2014 è stato un trionfo per le cosiddette quote rosa. In qualche modo, la top 100 di Billboard è anche la radiografia di una situazione più generale e quindi extramusicale, visto che quest'anno è stato realmente firmato dalle donne in tanti settori non soltanto artistici. Insomma, un cambio di tendenza da non sottovalutare. Come dice Beyoncé: «Insegniamo alle ragazze che non possono vivere la propria sessualità in maniera spregiudicata come fanno i maschi».

D'altronde classifiche autorevoli e documentate come questa hanno lo scopo (anche) di aiutare a prevedere le tendenze, valutare gli investimenti, creare strategie. Sono un grande aiuto per discografici, produttori e pubblicitari. E senza dubbio a loro non sarà sfuggito che il rock si è preso, come minimo, un anno sabbatico. I primi rockers, o presunti tali, in classifica sono i Coldplay al trentaseiesimo posto, giusto una posizione prima della rampantissima Charlie XCX e tre posti più in alto dei Rolling Stones, che resistono grazie a mega tournèe con megaincassi ma sono piuttosto inesistenti sia sui social che nelle vendite pop o nelle playlist. Dopo di loro spuntano qui e là gli Eagles (40), Paul McCartney (53) e Paramore (70). Un mostro sacro come Bruce Springsteen, abituato ai primi posti, stavolta si piazza al 74esimo, giusto un po' più in basso di Jennifer Lopez. Poi gli Arctic Monkey al 89esimo posto, Elton John al 93esimo. C'è Bob Marley (al 94) ma non ci sono i Nirvana, per dire.

In poche parole, le grandi firme del rock resistono per la maggior parte grazie ai concerti, che sono un evento ormai per lo più connotato anche dal punto di vista anagrafico. Ma nelle classifiche di vendita e streaming sono sempre più latitanti ai piani alti. E in quelle dei social peggio ancora, a dimostrazione di un progressivo scollamento tra grande pubblico teen o universitario e scena rock. Perciò, se da quest'annata si può ricavare una lezione importante, è che stavolta alla prevedibile e rituale rivoluzione anagrafica della musica se ne aggiungeranno altre due: quella dei criteri di valutazione del successo e, a stretto giro, anche quella di composizione delle canzoni, che saranno sempre pù svincolate dall'appartenenza a generi musicali rigorosamente impostati. La vera globalizzazione, in fondo, è questa.