La popstar dal ritiro continuo. Così Justin Bieber fa affari d'oro

"Smetto di cantare", "No continuo". Anche a Natale ha scatenato il panico tra i suoi fan. Però (casualmente) è appena uscito un film su di lui e c'è il nuovo disco da vendere...

Prima sì. Poi no. Poi forse. A scanso di smentite (le probabilità stanno comunque a zero virgola) Justin Bieber si è inventato la più economica delle strategie promozionali: il ritiro continuo. Smetto anzi no. Non gioco più me ne vado. Ma il gioco continua, forse ancora meglio. È accaduto anche a Natale con un suo tweet senza giri di parole: «Miei amati beliebers, è ufficiale, mi ritiro». Boom. 240mila retweet, grida di dolore social, tutte le divisioni del pop adolescenziale pronte a vestire il lutto tranne qualcuno che esulta: «È il più grande regalo di Natale che potesse farci». Tutta fuffa probabilmente, Justin Bieber lotta ancora insieme a noi e non gli passa manco per la testa di andarsene. Un'invenzione favolosa per un teen idol che statisticamente ha la scadenza come gli yogurt: qualche disco di mostruoso successo, gloria planetaria e poi evaporazione pressoché sicura causa transumanza anagrafica. Però, per ora, il furbetto Justin con il suo consiglio d'amministrazione si è inventato il claim pubblicitario perfetto per chi da anni è sempre e ovunque: annunciare che non ci sarà più. Se poi l'annuncio arriva proprio mentre negli States sbarca il biopic Justin Bieber's Believe, che racconta il suo successo e sarà nei cinema italiani il 4 e 5 febbraio, a qualcuno potrà sembrare semplicemente una casualità. Ma se c'è anche un disco in promozione, che si intitola Journals ed è la raccolta di sedici brani più svariate delicatezze da superfan, la casualità è meno probabile. Se infine, dopo il lacrimevole annuncio della dipartita artistica e l'accusa contro la stampa che vuole il suo fallimento, lui twitta il trailer del suo film, i dubbi spariscono. Altro che uffici stampa costosi, marketing manager come se piovesse e campagne pubblicitarie da far invidia alla Apple: bastano 140 caratteri da spedire con uno smartphone. E l'ideuzza non fa una piega. Niente fatica, tanti risultati. Perlomeno la sculettante Miley Cyrus, che è l'unica teenager del mondo più ricca di lui, si impegna, si spoglia, fa twerking persino con Babbo Natale e incassa naturalmente qualche scomunica degli inevitabili sopracciò. Justin se la gode e non si danna l'animo: nato nel 1994 a London nell'Ontario canadese, deve tutto alla mamma che nel 2007 ha caricato un video su YouTube e a Scooter Braun, l'unico che allora se ne accorse e divenne immediatamente il suo manager. Ora, che è un diciannovenne col visino elegante e neanche un capello fuori posto, sfoggia un patrimonio suppergiù di 82 milioni di dollari e 48 milioni di follower su Twitter con un'età media che è ampiamente under 18. Quindi volubilità talebana. I beliebers, ossia i suoi tifosi, sono (con il più gioioso rispetto, per carità) il tipico pubblico che per X tempo ti considera dio e poi in mezzora si dimentica di te. Perciò ha bisogno di un filo continuo con il proprio idolo e, volendo, di tanta empatia montata come la panna. Detto, fatto. Un giorno, ad esempio in una radio di Los Angeles una settimana fa, Justin annuncia che basta, con la musica ha chiuso. Allora piovono lacrime dei beliebers e smentite dei «retrievers» (ossia i suoi agenti che recuperano gli incassi) mentre in tutto il mondo svolazzano migliaia di articoli, tweet, post eccetera. Però nel frattempo tutto continua come prima: Justin Bieber ha già in programma un disco per il prossimo autunno e, sicuramente, qualche centinaio di apparizioni e ospitate. Sempre che non svalvoli, come si dice nello slang dei coetanei, visto che nel 2013 più che pop è stato rock e ne ha combinate di tutti i colori. Graffitaro in un albergo di Sydney. Espulso da un locale perché «puzzava» di marijuana. Accuse di paternità. E contratto per gli ospiti delle sue feste: chi rivela che cosa è successo, sgancia fino a cinque milioni di dollari. Dopotutto, una volta si diventava sempre più famosi con gli eccessi. Ora basta uno smartphone. Poi dite la tecnologia.