Un posto a teatro

Due biglietti al prezzo di uno: prosa, con il racconto in stile docu-fiction della vita di Chet Baker - e di quegli anni ruggenti del dopoguerra tra Usa ed Europa - e concerto, con tre straordinari musicisti come Paolo Fresu, Dino Rubino e Marco Bardoscia. La storia dello sfortunato, cocciuto e ineguagliabile trombettista americano di My Funny Valentine è ripercorsa dall'infanzia difficile, in cui imparò a «sentire» il jazz con il corpo prima che con la testa, grazie anche al dittatoriale padre chitarrista, alla tragica fine, tra droghe e vergogna, quando cadde dalla finestra di un hotel, ad Amsterdam, nel 1988, a nemmeno sessant'anni. Gli incontri con i grandi con cui suonò, da Charlie Parker, che gli volle bene, a Gerry Mulligan, con cui non smise mai di litigare, e lo show business che lo accolse in tempo di allori e lo rigettò al momento degli scandali, sono davvero godibili. Ben inserite anche le parti musicofile sul jazz nel testo di Leo Muscato e Laura Perini. Il cast di otto attori ce la mette tutta (specie Alessandro Averone nei panni di Baker, cui toccano troppo lunghi momenti di ascolto immobile della splendida musica), nonostante la regia, sempre di Muscato, sia più documentaria che teatrale. Meno riuscito il ritratto intimo di Chet, che rimane, come forse è inevitabile, un piccolo mistero. Alla fine, «Tempo di Chet», produzione dello Stabile di Bolzano, vede giustamente il trionfo della musica, vero protagonista il trio jazz dall'ipnotico spleen.

TEMPO DI CHET Stasera Teatro Verdi, Santa Croce sull'Arno. Poi in tournée fino a fine febbraio tra Venezia, Padova, Bologna, Brescia.