Quando i marxisti videro la lotta di classe nello Stato perfetto

di Gianluca Montinaro*

Quando Tommaso Moro scriveva Utopia mai avrebbe potuto immaginare a quale lunga serie di fraintendimenti sarebbe andato incontro il suo libellus. Equivoci in parte alimentati dai toni, a tratti quasi beffardi, dell'opera, dal continuo scontro dialettico fra i protagonisti, dall'ambiguità del titolo stesso che, in un neologismo, prospetta sia l'idea di perfezione che quella di assenza.

I tanti che, nel corso del tempo, si sono avvicinati a Utopia sono rimasti affascinati dalla descrizione di quest'isola, elevandola (al di là delle parole di Tommaso Moro) a emblema di eccellenza. A questi sono però - colpevolmente - sfuggiti due elementi, largamente presenti nel testo ed essenziali alla sua comprensione: l'astrazione teorica, di derivazione platonica, e la pungente ironia, ispirata a Luciano di Samosata.

Per Moro, infatti, Utopia (uno Stato che, a ben leggere, perfetto non è) è «solo» un pretesto funzionale a stigmatizzare i mali che affliggono l'Inghilterra di Enrico VIII. Ed è, inoltre, un fine svago letterario (giocato sul filo delle citazioni criptiche, delle etimologie ardite, dei rimandi ad autori antichi) ingaggiato con i suoi amici e sodali, fra cui il celebre Erasmo da Rotterdam.

Quando il massimalista marxista Karl Kautsky, nel 1898, arruolò Moro alla lotta di classe, definendolo «il primo socialista moderno», il misfatto era già compiuto. Scomparsa la temperie culturale che aveva animato la cerchia degli umanisti d'inizio Cinquecento, e con essa la possibilità di comprendere il significato delle loro opere, Utopia è stata ridotta a mera tappa intellettuale della futura affermazione del proletariato, «abbassata» a opera di contestazione del reale, propugnatrice di nuovi ordini universali e perfetti (basati, invariabilmente, sull'abolizione della proprietà privata).

Tommaso Moro, uomo di religione, ben sapeva che la perfezione non è patrimonio di questa terra, nemmeno di Utopia (anche qui, come in ogni luogo, gli uomini hanno la possibilità di «ulteriormente migliorare»), ma solo della Gerusalemme celeste. La libertà di coscienza - quella che i giacobini, i socialisti utopici dell'Ottocento, i regimi totalitari del XX secolo hanno sacrificato in nome di un ordine sempiterno elevato a dispotica religione di un'umanità informe e svuotata di ogni passione - è per Moro condizione necessaria al miglioramento individuale, all'esistenza di Utopia e alla stessa propria vita, a cui Moro rinunciò, proprio in nome della «sua» utopia. Perché l'utopia moreana, svincolata da ogni proposito di mutamento, è per l'uomo libero (suo portatore e custode) quello stimolo intellettuale e quella tensione all'infinito che «apre le porte - come scrive Ernst Cassirer - a ogni possibile».

* direttore della Biblioteca di via Senato