Quando la pittura ritrova la verità delle cose

I quadri di Donatella Izzo per riscoprire l'identità di luoghi e persone

Quello che più colpisce nei suoi ultimi lavori, presentati di recente alla galleria De Magistris di Milano, è la sensazione si straniamento che proviene dai soggetti ritratti. La bellissima geisha nella sublime compostezza del kimono tradizionale sembra precipitata nella stanza divelta dal tempo. Una di quelle camere descritte da Marguerite Yourcenar in Gita al faro, corrose dal vento che le penetra e dagli anni che passano. Ma anche il cervo, le pecore, che squadrano l'osservatore con senso di sfida, sono icone irreali sullo sfondo di vecchie fabbriche abbandonate. Come la donna cinese che pagaia sulle macerie di un edificio senza badare che sotto non ci sia la corrente del fiume, bensì cemento divelto.

Proprio lo spaesamento, Heidegger direbbe il «dispatrio», è uno dei fulcri della ricerca di Donatella Izzo, trentacinquenne artista milanese diplomata all'Accademia di Brera, che non disegna la pittura, e si fa sublime nella fotografia quando riesce a comporre in modo perfetto il colore e la forma. Straniamento non già semplicemente per spiazzare l'osservatore - come nota la critica Benedetta De Magistris - semmai per farci riconquistare luoghi che sarebbero altrimenti non luoghi, ridare identità anche a spazi che ne sono privati. Certo un'identità nuova, in cui predomina l'animale che, spiegava in poesie Rainer Maria Rilke, è naturalmente di casa nel mondo e non ha necessità di mediazioni simboliche come noi uomini che non troviamo pace in un reale già interpretato.

Allo stesso modo, nella serie di scatti radunati col titolo «Insonnia», corpi avvolti nella garza come mummie sospese nel nero, la Izzo (con già alle spalle numerose esposizioni internazionali) persegue una personale via filosofica oltre che estetica: i rimandi religiosi si fanno numerosi, il sudario, la croce, tutto sembra pronto per una nuova rivelazione, per una nuova trasfigurazione, che potrebbe lasciare impressa nella tela l'immagine acheropita perfetta, l'immagine che platonicamente il lenzuolo nasconde e che ci è concesso di vedere solo in traluce. Ovvero, per dirci quella verità delle cose che ci è preclusa da un nascondimento dell'essere, così come suggerisce il termine greco «aletheia» (verità) che etimologicamente significa appunto «senza velo».