Quando si cantava mentre c'era l'«Inferno»

Giorno della memoria. Momento di «tormento e di riflessione». Così lo ha definito il Presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane, Noemi Di Segni, aprendo, con appropriata sobrietà, il Concerto Colorato all'Auditorium di Roma. Colorato come le storie che abbiamo scoperto, quelle degli internati a Ferramonti di Tarsia, provincia di Cosenza. Peppe Servillo ha narrato l'odissea di uomini e donne, che durante l'internamento testimoniarono la loro umanità anche con la musica. A Ferramonti giunsero ebrei fuggiti dalla Germania e dall'Austria e rastrellati a Roma, scappati dagli ustascia a Zagabria e protetti a Lubiana dall'esercito italiano, naufraghi dell'Est europeo recuperati nell'Egeo dal Camogli del Capitano Orlandi (poi deportato dai nazisti), partigiani yugoslavi, prigionieri greci e ambulanti cinesi. Nessuno subì la «soluzione finale». Gli inglesi arrivarono nel settembre del '43 e gli internati, con l'aiuto dei vigilanti italiani e di un frate cappuccino, padre Lopinot, scamparono ai tedeschi inscenando una provvidenziale epidemia di tifo. Ebrei, cattolici e ortodossi convissero e sopravvissero «nel più grande kibbutz dell'Europa» anche cantando, ballando e suonando. Si è partiti dal nero del Salmo XXII di Mendelssohn, il salmo della disperazione: Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato, eseguito dalle volenterose corali Goffredo Petrassi e Claudio Casini, per giungere ai colori delle canzoni della vita: sogni leggeri e malinconici - mentre fuori c'era l'Inferno.