Quei lati oscuri (ma fascinosi) della fratellanza

"The Sisters Brothers" e "Quietud" raccontano bene il legame di parentela più conflittuale

da Venezia

Un film di fratelli e uno di sorelle, di cui il primo in concorso, hanno ieri illuminato il Festival di una luce tutta propria e felice. The Sisters Brothers, di Jacques Audiard, è un western che reinventa il genere senza rinnegarlo e/o smitizzarlo; La Quietud, di Pedro Trapero, un mélo dove la menzogna ha una sua tragica nobiltà. Ciò che li accomuna, nella totale differenza d generi e di ambientazione è proprio questa visione dall'interno di un legame parentale così particolare, conflittuale e però pressoché paritario, emulativo e però protettivo. Se le attrici di Trapero, Bérénice Bejo e Martina Gusmàn, salvano La Quietud da una deriva fin troppo consolatoria (l'ovulo fecondato della sorella maggiore servirà alla maternità di quella minore...), in virtù di una capacità di verità fuori dal comune, Audiard trova al servizio dei Sisters Brothers una coppia in stato di grazia, John C. Reilly e Joaquim Phoenix, che gli permette di coniugare ferocia e tenerezza, umorismo e crudeltà. Perché poi i Sisters Brothers nella vita fanno i killers su commissione, per quanto ammantata di una dubbia legalità, sono il frutto di un padre alcolizzato e violento, che proprio dal fratello minore è stato infine ammazzato, e insomma hanno la convinzione di un sangue marcio che li condiziona e li predispone alla violenza e che scorrerà fin quando, altrettanto violentemente, qualcuno glielo toglierà. Finire assassinati è il destino che li attende.

«Non sono un amante particolare del western dice Audiard, già Palma d'oro a Cannes nel 2015, con Deephan e alla sua prima volta a Venezia - e quindi non mi posso considerare un esperto. Se volete, quello che mi ha più influenzato è stato la Nuit du chasseur, (La morte corre sul fiume, in italiano), l'unica regia di Charles Laughton, un film degli anni'50. Ho trovato però il romanzo di Patrick DeWitt, Arrivano i Sisters, perfetto per una storia che fosse qualcosa di diverso, senza per esempio quella mitologia del paesaggio che di quel genere è un elemento classico. Se volete, è più un romanzo di formazione, l'idea di una ricerca. Ci sono due uomini adulti, ma che sono rimasti bambini nel loro modo di risolvere le cose e che è tutt'uno con quell'idea di violenza alla base dei Padri fondatori, la Nuova frontiera come una conquista a oltranza. Ecco, cosa fare di questa violenza è a un certo punto l'illuminazione che li coglie. Sotto questo aspetto è un film sull'amore, non quello fra uomo e donna, ma quello dovuto, appunto, alla fratellanza, dove ci si protegge a vicenda e c'è sempre qualcosa di cui farsi perdonare».

Nel film non c'è nessuna presenza femminile, se non lontana (una donna che attende, una madre da cui tornare) e questa assenza permette a Audiard di dire la sua sul tasso di «mascolinità» di cui è stato accusato il Festival: «Non nascondiamoci dietro il falso problema del genere, della selezione dei migliori, delle quote rosa. È il sistema che va cambiato. Per me, l'eguaglianza si conta e la giustizia si applica, semplicemente».

Produttore anche del film, John C. Reilly assume su di sé il ruolo di Eli, il fratello maggiore di Charlie (Joaquim Phoenix), più riflessivo, più portato a mettersi in discussione. «È un personaggio che mi somiglia dice l'attore - ed è molto giocato dall'interno. Vive come una colpa il non aver ucciso lui quel padre-padrone, ma averne in qualche modo lasciato il compito al fratello: sa che è un peso insopportabile e da cui lo deve liberare».

Storia di una caccia all'uomo, un chimico cercatore d'oro in possesso di una formula che gli permette di setacciare al meglio il prezioso metallo, The Sisters Brothers è un' avventura picaresca e insieme un «cuore di tenebra» che trova però una luce al fondo del tunnel.