Quelli che erano a Dallas L'assassinio di Kennedy visto dalla gente comune

Un grande cast per l'ennesima pellicola sulla morte del Presidente. Questa volta niente complotti, ma lo sguardo dell'America "comune"

Robert Oswald è un anonimo impiegato di Dallas, padre di due figli, abituato ad alzarsi tutti i giorni per andare a lavorare. Ma quella mattina scopre che suo fratello Lee è il diavolo. I medici e gli infermieri del Parkland Memorial Hospital, quel giorno mettono i ferri sul corpo di un paziente eccellente. Abraham Zapruder, invece, proprietario di una sartoria, ha mandato i suoi dipendenti a vedere il corteo, mentre accende la sua nuovissima cinepresa a otto millimetri, un gioiello per l'epoca.

Sono trascorsi cinquant'anni dall'omicidio di John Fitzgerald Kennedy ma, stando a Parkland di Peter Landesman, prodotto da Tom Hanks e presentato in concorso al Lido, tante cose restano nell'ombra. Soprattutto le storie di persone qualsiasi, toccate, sfiorate, cambiate per sempre da quel fatto: gli agenti dei servizi segreti, i poliziotti, gli infermieri del pronto soccorso, i parenti di Oswald. In un montaggio serrato che si vede quasi in apnea, l'ex giornalista e inviato di guerra Landesman, qui alla sua prima prova da regista, intreccia con il piglio dell'inchiesta la quotidianità fatale di questi «americani veri», gente che fa con passione la propria parte e continuerà a farla anche dopo che Oswald ha colpito mortalmente uno dei presidenti più amati della storia. Ne scaturisce un film corale, dall'impostazione tradizionale, ma ben sostenuto da un cast di qualità: Tom Welling interpreta l'agente dei servizi segreti Kellerman, Paul Giamatti è Zapruder, Zac Efron il giovane medico Jim Carrico, Marcia Gay Harden la prima infermiera del Parkland Hospital, «un luogo dell'anima dove in qualche modo tutto si compie», osserva il regista spiegando la scelta del titolo.

Quel giorno l'America perde l'innocenza e tante vite cambiano irrimediabilmente. «Faccio questo lavoro da decenni e non ho mai perso il mio uomo», sbotta il capo delle guardie del corpo (Billy Bob Thornton). «Invece, oggi per la prima volta ho perso il mio uomo». «Stanne fuori», dice Lee Oswald al fratello Robert (James Badge Dale) che lo va a trovare in carcere. «Io, mia moglie, le mie figlie, tutti noi saremo sempre dentro questa storia per l'eternità a causa di quello che hai fatto tu», gli risponde Robert.

«Però sono tuo fratello e tra uno o due giorni ti procurerò un legale». Intanto la madre continua a ripetere che suo figlio Lee, ucciso mentre veniva accompagnato a deporre, era un agente dei servizi segreti e perciò meriterebbe di essere sepolto accanto a Kennedy. In realtà, come si vede in una delle sequenze finali che alterna il funerale di Stato del presidente e quello deserto di Lee Oswald, si fatica a trovare chi dia sepoltura all'assassino. E il fratello deve chiedere ai pochi giornalisti presenti di aiutarlo a portare la bara di Oswald per interrarla.

«Nella storia americana ci sono tre punti oscuri, tre eventi di svolta: Pearl Harbor, l'assassinio di Dallas e l'attentato alle Torri Gemelle», sottolinea il regista. «Ma nel mio film non c'è l'indagine sulla cospirazione. Non ci sono congetture o teoremi. Raccontando le vicende della gente comune, i piccoli gesti quotidiani ed eroici delle persone normali ho voluto mostrare ciò che ci fa andare avanti tutti i giorni». Il 22 novembre, giorno del cinquantenario dell'assassinio di JFK, Parkland verrà trasmesso in una serata evento da Raitre.

Commenti
Ritratto di marforio

marforio

Lun, 02/09/2013 - 14:16

Un Oswald per Kennedy nessuno per ubama.

-cavecanem-

Lun, 02/09/2013 - 16:01

Beh.. il "tira a campa'" l'uomo lo fa da secoli. Non vedo come si fa a definire gesti quotidiani, eroici. In genere la massa pecora seguira' sempre quel che luccica, o quello detto dai mass media. Difficile e' convicerli che invece ci sia ben altro sotto, molto meglio il JFK di Stone a questo punto. Il problema attuale e' propio che la storia delle Torri Gemelle comincia a puzzare di marcio, nonostante cio' molti preferiscono voltarsi e far finta di niente, mentalita' arrendista del popolo succube di un sistema che di vera democrazia ha sempre di meno.

Ritratto di fritz1996

fritz1996

Lun, 02/09/2013 - 20:18

Kennedy, Berlinguer, Pasolini... ma questo è un festival per ultrasessantenni! E' l'ennesima dimostrazione della prepotenza della "generazione che non invecchia" (celebre definizione di Ezio Mauro, riferita ai sessantottini e dintorni), che continua ad affliggere con i suoi miti ed i suoi incubi le generazioni successive. D'altra parte dal direttore Barbera, tipico esponente di quei tempi, non ci si poteva aspettare di meglio... Qualcosa di meglio invece ce lo potevamo aspettare dal bravo Caverzan, piuttosto che ripetere per l'ennesima volta "Quel giorno l'America perde l'innocenza": alla faccia dei luoghi comuni!