«Racconto l'epoca ribelle che ha sfasciato la famiglia» l'intervista »

Ci vogliono fegato e cuore per narrare di sé e dei propri lari, servendoli sul grande schermo nel piatto dorato della memoria affettiva. E Daniele Luchetti, regista classe '60 abbonato alle cronache familiari come Mio fratello è figlio unico, (2007) o La nostra vita (2010), quegli organi nobili ce l'ha. Come dimostra, adesso, il suo Anni felici (dal 3 ottobre, 250 copie distribuite da 01), drammatico film autobiografico dove suo padre, scultore passionale e irrequieto (interpretato in modo commovente da Kim Rossi Stuart) e sua madre (un'ardente Micaela Ramazzotti) vengono rievocati sullo sfondo dei Settanta confusi e ribelli. Quando i figli chiamavano i genitori per nome, in spregio ai ruoli, e il concetto stesso di autorità veniva infranto. Come ogni regola, del resto. Non a caso il piccolo Dario, alter-ego di Luchetti, si butta a mare, cercando la morte dopo che papà e mamma, al tavolino d'un bar, s'erano messi a discutere di loro private faccende erotiche, davanti ai figli. «Finalmente s'erano accorti di me», scandisce la voce narrante, quella infantile di Luchetti stesso. Salvato dalle acque, ma non dal flusso della memoria.
Nel suo film spicca una figura paterna dal classico temperamento artistico, fragile e mutevole. Quale rapporto ha avuto con suo padre?
«Un rapporto stimolante, da amico. Quando ho girato il mio primo film, io avevo 29 anni e mio padre ne aveva 49: era ancora un giovane artista. Io e mio fratello venivamo coinvolti in tutto ciò che lo riguardava. Quando decise d'organizzare una performance - mio padre non aveva il coraggio di esporre - fu un incubo. Con mio fratello, 6 anni, che ripeteva il nome del critico Bonito Oliva».
Dopo il '68, l'autorevolezza dei genitori è stata messa in discussione e gli effetti negativi si vedono. Che tipo di padre è?
«Sono amico di mio figlio, tredici anni. E infatti, vengo rimproverato da sua madre. Il problema è bilanciare istinto e cultura. Fosse per me, lo porterei a vedere tre film al giorno, lo lascerei ore davanti al computer, vorrei che uscisse da solo, anche se non gli va. Non me la sento di fare la voce grossa: non sono credibile. Anch'io coinvolgo mio figlio in quel che faccio, non lo tengo all'oscuro di quello che succede».
Come giudica gli anni Settanta, che comunque hanno marcato la vita del nostro paese?
«Furono gli anni in cui si spaccò tutto. I genitori degli anni Settanta furono i primi a rimettersi in discussione. Per smontare una partner gelosa, prova a dire, adesso: “È stato solo sesso”, come fa qui il mio protagonista».
Ha presentato Anni felici a Toronto, snobbando Venezia, perché temeva il giudizio di chi conosce lei e la sua storia familiare?
«Non temevo certo d'essere fischiato a Venezia, in Sala Grande! È che a Toronto l'atmosfera è più easy: jeans, pop-corn, nessuno ti conosce. Il fatto è che mi cacavo sotto, come si dice in America. L'ho fatto per salvaguardia».
Il suo è un film drammatico: perché il titolo Anni felici?
«Perché ha una doppia valenza. Ho curiosità del passato: non me lo ricordo tutto. E nostalgia del futuro: non riuscirò a conoscerlo tutto. Quindi, sì: sono stati anni felici e volevo esplorarli».
Ha filmato con la stessa macchina da presa super 8, regalatale da mamma e papà e l'effetto è sorprendente: nostalgia della pellicola, nel mondo digitale?
«Mi sono reso conto di quanto fascino abbia usare un negativo e un positivo e di quanta sensibilità e profondità andranno persi quando si dovrà girare solo in digitale. In filigrana, questo film è un omaggio alla pellicola e al suo profumo. In realtà, i Settanta sono gli “anni felici” della pellicola. Il digitale è illusorio. Abolendo la pellicola, buttiamo nella spazzatura l'ingegno umano».


Daniele Luchetti

Commenti
Ritratto di fritz1996

fritz1996

Sab, 28/09/2013 - 19:01

"Sono amico di mio figlio..", dice Luchetti. Mi spiace per lui, ma, a giudicare da questa frase, direi che il regista ha imparato ben poco dalle proprie esperienze: un genitore deve fare il genitore, fare l'amico è molto più comodo ma significa abdicare al proprio ruolo di padre o di madre, che è ben diverso e molto più impegnativo.