Radiogiornale

Si parla troppo poco di quanto accade a Radio Radicale, che rischia la chiusura o un drastico ridimensionamento grazie ai tagli all'editoria annunciati dal governo (e molto caldeggiati dai Cinque Stelle, Di Maio in testa). Radio Radicale è da 43 anni un punto di riferimento della cronaca politica visto che trasmette sedute del Parlamento, congressi di partito e processi rilevanti. La scomparsa di Marco Pannella ha contribuito a togliere un po' di attenzione a questa emittente che è da sempre una voce politica fuori dal coro. Per tutti. Non soltanto per i radicali. In ogni caso, il vicepremier Di Maio, che è l'interlocutore principale, vuole togliere i finanziamenti pubblici di cui la radio gode da tanto tempo. Una vertenza che ha portato anche un giornalista collaboratore, ossia Maurizio Bolognesi, intraprendere un lunghissimo sciopero della fame. Al di là di posizioni fantasiose (su affariitaliani.it si chiede di dimezzare i finanziamenti e di dividerli con la Pandora Tv di Giulietto Chiesa che attribuisce agli Usa la tragedia dell'11 settembre), la vera «colpa» di Radio Radicale risulta quella di non allinearsi alla liturgia del sovranismo populista che dovrebbe essere la linea editoriale di ciascuna emittente, specialmente se si occupa di politica. Perciò la sua «lotta per la sopravvivenza» non è così marginale come sembra e non riguarda soltanto i dipendenti o gli appassionati radicali. Riguarda tutti. Ed evidenzia le contraddizioni all'interno della maggioranza tra chi vorrebbe più Stato nelle radio (decidendo anche quanti brani italiani trasmettere) e chi lo escluderebbe del tutto. Senza mezze misure.