la recensione

Il teatro si scrive sull'acqua, è vero. Ma a volte il carisma di un artista inghiottito dal tempo può rinascere, inaspettato, in quello di un suo emulo successore. È quanto, in qualche modo, è accaduto al Festival di Spoleto, dove due leggende della danza del '900 si sono simbolicamente tese la mano. Da una parte Vaslav Nijinsky - icona dei Ballet Russes degli anni '10 e '20 - dall'altra Mikhail Baryshnikov, star della danza anni '70 e '90, nonché divo di film hollywoodiani come Due vite, una svolta o Il sole a mezzanotte .

E il bello è che Letter to a man (lo spettacolo in cui Baryshnikov interpreta, appunto, Nijinsky) non ha niente a che fare col balletto. Tratto dai quaderni - diario in cui, ormai preda della follia, il mitico danzatore sfogava i propri deliri, è - a tutti gli effetti - l'angoscioso e straziato ritratto di un pazzo. Eppure ha scatenato nel pubblico gli stessi entusiasmi con cui, quarant'anni fa, proprio qui a Spoleto, Misha fece il suo memorabile debutto accanto a Carla Fracci.

Com'è potuto succedere? Tutto merito dell'intatto carisma dell'ormai sessantettenne Baryshnikov, la cui presenza scenica è tale da imporsi al pubblico per tutta la durata dello spettacolo, durante il quale non si riesce letteralmente a staccargli gli occhi di dosso, pur limitandosi egli a recitare pochissime battute e ad accennare soltanto brevissimi passi di danza. Ma merito anche del folgorante talento del regista Bob Wilson, già famoso (e discusso) per i suoi fluviali allestimenti «astratti» - interminabili cioè, e basati soprattutto su luci, musiche e rumori - che qui però sa concentrare tutto in appena un'ora e mezza di spettacolo, e a raccontare la follia del protagonista solo attraverso un'accuratissima «partitura» di suoni agghiaccianti, tagli di luce violenta, rapidi cambi di scena, sfumate video-proiezioni. Al centro della scena c'è Baryshnikov-Nijinsky, il volto bianco del clown su un frac nero, il sorriso beffardo sotto gli occhi che lampeggiano. E nell'aria galleggiano, e vengono ossessivamente ripetute, le frasi tratte dai diari: monotone, ripetitive, compulsive; eppure - come spesso nei vaniloqui dei pazzi - contenenti un disperato filo logico. Senza alcuna narrazione realistica, eppure narrandolo in maniera chiarissima, interprete e regista riescono così a descriverci il tormentato rapporto di Nijinsky con Dio, la sua nausea per il sesso dominante e distruttivo, la sua pietà per sé stesso e per gli altri.

Il risultato è una coinvolgente full immersion nella logica dell'illogicità, nella verità della finzione. «Io amo i pazzi perché so parlare con loro», dice il protagonista. E l'emozione che non molla mai lo spettatore, lo spinge infine a decretare allo spettacolo un meritato, autentico trionfo.