RECENSIONI

Quando nasceva a Teheran Ramin Bahrami, nel 1976, in genere, i pianisti bachiani o suonavano il pianoforte come se pizzicassero, per rispetto all'antico clavicembalo, o si lanciavano in effetti pianistici per far sentire come si poteva cavare di più con lo Steinway gran coda.
Proprio perché senz'altro colto, Bahrami suona l'Arte della Fuga, opera che contiene tutta la sapienza del contrappunto, con selvaggia innocenza, come se il pianoforte non fosse uno strumento specifico, ma tutti gli strumenti che può suscitare, noti e ignoti.
Ci vuol convincere assolutamente dell'infallibilità di Bach, non lasciando una nota senza indirizzo né una frase senza una caratterizzazione precisa, né noi ascoltatori senza un orientamento sicuro negli ottanta minuti di gioco delle parti. Nel disco Decca e nel Concerto all'Auditorium di Milano ci è riuscito completamente.

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