Riccardo Muti dirige i giganti della classica

Qual è il filo conduttore fra il sublime mottetto Ave verum Corpus di Mozart, il breve pezzo per archi Orient & Occident di Arvo Pärt, una poesia in griko (l'antica lingua della Grecia in terra d'Otranto), un canto tradizionale azero e quello di lode che Adamo ed Eva rivolgono al Creatore nella conclusione dell'oratorio La Creazione di Haydn, un lamento amoroso turco e il Te Deum di Verdi? Questo è il programma dell'appuntamento al Ravenna Festival che quest'anno collega due antiche porte verso l'Oriente, Ravenna e Otranto, nel segno dello straordinario pavimento musivo - l' Albero della vita - della Cattedrale della città salentina. Spiega Marco Vallora, in un prezioso e informato saggio di presentazione: il monaco Pantaleone (autore del mosaico) rappresentò Adamo ed Eva, mescolando fonti bibliche e canzoni di gesta, il conquistatore ellenista Alessandro Magno e re Artù.

Questo messaggio «egalitario» è il più alto movente del concerto diretto da Riccardo Muti (eseguito prima al Palazzo Mauro De André di Ravenna e replicato nel Duomo di Otranto). Due serate dove il direttore, ravennate d'adozione e pugliese di nascita, guida l'Orchestra Cherubini, il Coro ed elementi orchestrali del Teatro Petruzzelli di Bari. Un Lobgesang alle sue terre, luoghi dove da secoli culture antiche si sovrappongono. Otranto e i suoi ottocento martiri, trucidati da Gedik Pascià e canonizzati due anni fa da Papa Francesco, ricordano la tragica realtà dei conflitti religiosi che dilagano nel Mediterraneo e mietono vittime innocenti. L' Albero della vita della cattedrale accende la fiamma della speranza, ricordandoci quel «sincretismo» artistico, politico e religioso che ha nell'imperatore Federico II di Hohenstaufen il suo più splendido rappresentante. Il maestro Muti con esemplare economia di gesti ha collegato l'intimo sussurro, ineffabile e serafico, di Mozart, il tormentato travaglio fra Oriente e Occidente di Pärt, il corale canto di lode di Haydn e le maestose incertezze di Verdi. Il Te Deum , inno per solito riservato a pompose celebrazioni di vittoria, secondo la laica visione di Verdi e nelle mani di un interprete consapevole e magistrale come Muti, spandeva i dubbi struggenti: l'accorata implorazione a non essere «confusi» in eterno, prima che la Speranza di salvezza svanisca con una nota sospensoria dei bassi. Sull'al di là il Gran Vegliardo di Busseto pare rispondere: non so. Umiltà laica, fonte perenne d'ammirazione.