La ricetta di De Gregorio: "La crisi si combatte col Chaos"

Compositore e arrangiatore campano, classe 1974, Davide De Gregorio (in arte DDG) esordisce con "Chaos", un <em>concept album</em> che vanta collaborazioni con il<em> gotha</em> della produzione musicale internazionale e che propone un melting pot di idiomi, stili e vibrazioni per abbattere le barriere culturali

"La musica non deve portare divisioni o chiusure, ma deve unire e aprirsi a tutto". E nel primo album del compositore e arrangiatore italiano Davide De Gregorio (in arte DDG) classe 1974, di aperture ce ne sono a iosa.

Chaos, uscito lo scorso 22 maggio (guarda il video), rientra all'interno del DDG PROJECT, un'idea multiculturale di ampio respiro, e vanta collaborazioni con il gotha della produzione artistica internazionale, proponendo una sorta di linguaggio globale, un melting pot di idiomi, stili e vibrazioni.

Tu sei di Pagani, in provincia di Salerno. Pensi che la tua provenienza dal sud del mondo abbia agevolato la contaminazione linguistica e musicale che si ritrova nel tuo album?
"Di sicuro nel mio sud c'è un grande fermento culturale e una grande voglia di esplodere. Abbiamo una forza interiore ancestrale e le invasioni passate hanno lasciato eredità incredibili. Forse siamo più abituati a condividere e a convivere con gli altri".

Vanti collaborazioni con Dave Pemberton (produttore di Kasabian e Prodigy), Cora Coleman e Josh Dunham (musicisti di Prince e Beyoncè), Simon Gogerly (produttore di U2 e No Doubt). Come fa un artista italiano ad approcciare il gotha della musicale internazionale?
"E' più facile di ciò che si pensi. Con questi personaggi, la chiave è che se tu hai qualcosa che può comunicare con loro, avrai ascolto, altrimenti no. Le idee musicali che avevo io erano compatibili con un'idea di novità per loro. Per esempio, da fan dei Rem volevo vedere lo studio di registrazione e ho mandato una mail al produttore. Lui mi ha risposto invitandomi a casa sua. Se penso ai meccanismi che abbiamo in Italia..."

In un periodo come questo il titolo Chaos sembra quanto mai appropriato.
"Il titolo ha una valenza multipla ed esprime un concetto multiforme: dal caos in fisica, al caos come ordine e disordine fino a quello platonico. E poi l'ho scelto perché rappresentava anche il momento di crisi attuale".

Ma qual è il caos di De Gregorio?
"Il caos di cui parlo io è un caos di energia positiva, una sorta di esplosione di raggi di sole".

L’album racchiude sonorità differenti: dall'acustic dance al rock blues passando per i ritmi nordici e sfumature di reggae. Hai considerato il rischio che questo mix di stili e linguaggi possa portare il pubblico a non identificarti?
"L'ho considerato, ma non mi preoccupo. Io credo nei progetti che hanno il seme della sorpresa. Voglio essere riconoscibile per questo".

L'artista deve ragionare in termini di mercato o è un'ottica perdente?
"Entrambe le cose. Io ho ragionato anche in termini di mercato ma in maniera distaccata, sono convinto che le cose che faccio siano anche vendibili. Quando fai musica non puoi concepire le cose senza pensare a un ritorno economico, altrimenti non ne puoi fare altre".

Tu hai partecipato ad Arezzo wave e al premio Recanati. Tutt'altra cosa rispetto ai reality musicali. Cosa deve fare oggi un'artista per non finire nella mischia dei reality tv? O, al contrario, credi che chi non vi partecipa risulti svantaggiato?
"A quell'epoca, Arezzo Wave, Premio Recanati, Musicultura erano un naturale sfogo per chi non riusciva ad avere contatti diretti con la discografia. Erano le prime prove che uno faceva. La differenza coi reality è che lì non era una gara all'ultimo sangue e non c'era grande pressione mediatica".

L'aspetto competitivo non ti piace?
"Sono sempre stato contrario al concetto di gara perché viene svilito il concetto di musica che deve essere libera e priva di pressioni. Non devi suonare contro qualcuno, ma per qualcuno. Però capisco pure che è un meccanismo inevitabile perché la discografia è in crisi e per i ragazzi è difficile riuscire a emergere".

Tornando al presente. Anzi al futuro. Prossimi progetti?
"Realizzerò delle musiche per alcuni video-documentari delle Nazioni Unite. Non è un veicolo commerciale ma mi permette di avere visibilità a livello internazionale. E poi sto scrivendo dei pezzi nuovi perché voglio fare subito il secondo disco".

La quiete dopo il Chaos?
"Al contrario. Ci sarà una sorta di capitolo due, voglio allargare il repertorio, mettendo però meno suoni e valorizzando di più la mia voce".