Riecco i Rush, band di maestri trascurata perché di «destra»

Si fa presto a dire Rush. Li conoscono solo gli intenditori senza pregiudizi, che peraltro, a giudicare dai dischi venduti, sono almeno quaranta milioni nel mondo. Detto tra noi, sono quasi il doppio di quelli che hanno comprato un disco di Michael Bublé, anche lui canadese. Che ci sia una sorta di ostracismo politico? Probabile. E anche adesso che i tre Rush (Geddy Lee, Neil Peart e Alex Lifeson) pubblicano dopo cinque anni il loro ventesimo disco, lo splendido e sorprendente Clockwork angels, il copione rimarrà ancora una volta identico: i fan entusiasti e la critica muta o quasi. Per capirci, il loro penultimo disco Snakes & Arrows nel mondo ha venduto oltre seicentomila copie in una settimana e il tour mondiale tutto esaurito è andato avanti per oltre un anno. Ma silenzio, per carità, guai a parlarne o scriverne. E dire che i Rush non sono neanche quella band che fai brutta figura a elogiarla: ciascuno dei musicisti è un maestro. Geddy Lee è stato eletto per sei volte miglior bassista del mondo dal Guitar Player Magazine. Alex Lifeson è stato in gara per due decenni nelle classifiche di miglior chitarrista rock. E Neil Peart, il meraviglioso Neil Peart, tra l’80 e il 2008 è stato votato nove volte come miglior batterista rock del mondo. Dopo i Led Zeppelin, non c’è stato alcun gruppo capace di tanto.
Eppure.
In più di quarant’anni i Rush, nati a Toronto prima ancora che i Deep Purple incidessero il loro primo disco, hanno attraversato tante fasi, dal rock progressive a quello barocco e pieno di synth degli anni Ottanta a quello più essenziale e duro come oggi, ma sono sempre rimasti off stream, fuori dal mainstream, dal circuito della gente che piace (non a caso hanno firmato per Roadrunner, etichetta discografica distribuita da Warner ma fuori dai grandi giochi di classifica). Fuori dal gossip. Fuori dalle campagne a favore di questo o quel politico. Musicisti e basta. Musicisti con un background culturale come pochi altri. Anche il nuovo disco, che è una sarabanda di virtuosismi tecnici come ormai non si ascoltano più, è un «concept album», già un concept album roba ormai in disuso, per di più ispirato al romanzo omonimo scritto da Kevin J. Anderson in collaborazione con Neil Peart. Il viaggio di un giovane uomo nel mondo steampunk, un mondo ucronico nel quale armi e strumentazioni vanno a vapore, mica a energia elettrica, e che sarebbe piaciuto molto a Conan Doyle. Per carità, non immaginatevi il solito disco autoreferenziale da sbadiglio garantito. I Rush picchiano duro già dall’iniziale Caravan e in brani come Headlong flight fanno capire di essere arrivati ben prima di U2 e Coldplay, per esempio. Insomma, un’apoteosi rock da urlo. Però ne sentirete parlare poco. D’altronde, a dar retta al regolamento, dal 1998 i Rush potrebbero entrare nella Rock’n’roll Hall of Fame, ossia l’Olimpo del rock, ma nessuno li ha mai invitati. Perché? Semplice. I Rush sono considerati di destra. Incredibile ma vero. Neil Peart, il batterista e principale compositore dei testi entrato nel gruppo nel 1974 due settimane prima del debutto americano dei Rush, è dichiaratamente ispirato da Ayn Rand, una delle più importanti intellettuali del Novecento, una filosofa che ha insistito su individualismo, interesse razionale e capitalismo con una lucidità che oggi sarebbe da applausi. Se solo fosse conosciuta. In realtà, benché fosse ben lontana da ogni sorta di collettivismo socialista o fascista, è stata bollata come reazionaria e quindi esiliata dal cosiddetto dibattito culturale. Idem per i Rush, demoliti a fine anni Settanta dalla critica «impegnata» dopo album meravigliosi come Hemispheres e specialmente 2112 che erano, nell’alveo del progressive rock, centrati sull’impossibile equilibrio tra Apollo e Dioniso, tra sinistra (logica, analitica) e destra (creativa, emozionale). Ancora oggi, a trent’anni di distanza, gli «emisferi» dei Rush non sono ancora stati sdoganati nonostante da brani come Red alert, The big money, The weapon e Red barchetta chiariscano con evidenza che, secondo i Rush e prima ancora Ayn Rand ultima dopo Platone, Heidegger, Sartre e Wilson, il «new world man», l’uomo del nuovo mondo debba essere un’integrazione tra scienza e arte, tra passione e razionalità. I Rush ci aggiungono il rock. Ma solo per spiegarsi meglio. E per dare voce a un silenzio inspiegabile.
Commenti

Bruno Burinato

Ven, 15/06/2012 - 11:59

Nessuno è profeta in patria, a maggior ragione in un paese ammalato di esterofila come l'Italia, i Rush condividono la sorte dei Lacuna Coil, acclamati all'estero, tanto da fare il pieno a New York, ma ignorati in Italia