Riecco Morrissey il provocatore che canta ancora fuori dal coro

A trent'anni dal primo disco degli Smiths, l'icona rock se la prende con tutti. E l'autobiografia diventa un caso 

Mica facile essere Morrissey per così tanto tempo. Sempre contro. Quasi sempre imprevedibile. Bisogna avere un grande equilibrio oppure esserne completamente privi. E, mentre il dibattito resta aperto, a trent'anni dal primo disco dei suoi Smiths, Steven Patrick Morrissey classe 1959, nato a Manchester da genitori irlandesi e quindi bastian contrario già nel Dna, ormai autentica icona degli anti icona, pubblica World peace is none of your business che, tanto per iniziare, batte come efficacia il titolo di Years of refusal, il suo disco di cinque anni fa. Dall'autoreferenziale «Gli anni del rifiuto» al trasversale «Della pace nel mondo ve ne fregate», che in effetti è molto più Morrissey. Il disco, che non è il suo migliore ma nemmeno il peggiore (Maladjusted del 1997 è candidato al premio), è una barrique di sarcasmo e citazioni, di cattivo gusto (Kick the bride down the aisle ha una chitarra garrula che manco i Gypsy Kings) e di inevitabili ancoraggi al passato luminoso (tutti confermano che il giro di chitarra di Istanbul ricorda assai da vicino How soon is now degli Smiths nel 1985).
Ma in fondo a lui poco importa di paragoni o confronti: il suo bello è che fa ben altro per farsi notare o amare o criticare. Morrissey è una battaglia d'opinione: o la fai o la ignori, criticarla non serve. D'altronde è un tipo così indomabile da lasciare il palco del Coachella Festival (uno dei più importanti del mondo) solo perché nell'aria si sentiva odore di carni alla griglia. Orrore puro per un vegetariano tendenza integralista: «Non riesco a sedermi a un tavolo dove c'è carne, a meno che non sia carne umana». Un episodio che è anche un bel punto di partenza per descrivere questo artista destinato a restare ai margini del grande mercato ma capace di non aver bisogno del talento perché lo assiste la genialità. Come è ovvio, dà fastidio a tutti perché ha dato fastidio a tutti, specialmente ai politici (ha coperto o, meglio, ricoperto di insulti tutto l'orizzonte, augurandosi la morte di Bush quando è morto Reagan ma pure criticando Obama dopo averlo appoggiato) e ai colleghi, tutti nessuno escluso. Perciò il Morrissey si capisce dalla musica, certo, e dalla sua voce, che ha la forza empatica di chi soffre le parole che canta. Ma si capisce anche dalle battute di chi finisce nel suo mirino. Tipo quella di Robert Smith dei Cure, che negli anni Ottanta divideva con lui l'Olimpo delle divinità alternative: «Se Morrissey è vegetariano, allora io mangio carne solo perché odio Morrissey».
Ci siamo capiti: Morrissey non fa prigionieri e non ha rispetto neppure per la propria coerenza, visto che ha detto di tutto e il suo contrario, obbligando i fan alle forche caudine dell'amore o dell'odio. Lo ami o lo odi, e in entrambi i casi ti obblighi a masticar amaro come può masticar amaro uno che lo applaude per le sue posizioni decisamente anticonservatrici ma poi si ritrova a leggere, come è accaduto a chi nel 1992 ha sfogliato il New Musical Express, che «si è collocato in una posizione in cui giocare con l'immaginario fascista e di estrema destra non possono più farci ridere».Lui ha risposto con una battuta: «Se io sono razzista, il Papa è femmina». Nessuna via di mezzo. Se lo conosci poco, Morrissey è prêt à porter: lo usi come ti conviene perché offre appigli a tutto. Come questo nuovo disco, facilmente criticabile per brani insopportabili e logorroici come I'm not a man o addirittura inutili persino per gli insulti come Oboe concerto ma promosso per altri memorabili (mala tempora currunt, ricordate) come World peace is none of your business o quantomeno sopra la media come Smiler with knife che, parlando di Morrissey, non è certamente autobiografico: lui usa il coltello ma sorride pochissimo, altro che smiler. Perciò è ovvio che tutto ciò che passa dalle sue parti diventa un caso. Vedi l'autobiografia (attesissima da molti) che avrebbe dovuto essere pubblicata in Italia da Mondadori (in Gran Bretagna è edita da Penguin Books) ma che è stata rinviata alle calende greche perché il signor Morrissey ritiene le traduzioni inadeguate a prescindere. Ripicche onanistiche. Tanto il testo in soldoni non è un mistero, visto che lui esclude una reunion degli Smiths, tratta a modo suo il batterista Mike Joyce responsabile di avergli sottratto parte dei diritti d'autore nel 1996 e non nega, non conferma e quindi accetta il pensiero di molti sulla sua omosessualità. Un dettaglio, dopotutto, che ha sempre meno importanza parlando di un artista che ama senza confini, che ha sempre odiato averne e che, se il vento spazza dall'aria l'insopportabile odore di braciola, torna sul palco come se niente fosse.