La riscoperta della bella e misteriosa "Adina"

Terzo appuntamento del Rossini Opera Festival 2018, la misteriosa farsa Adina, che Rossini scrisse su libretto del marchese Gherardo Bevilacqua per il Teatro San Carlo di Lisbona nel 1818, ma che andò in scena solo nel '26 e scomparve fino al 1963. Rossini oberato con gli impegni per Napoli assemblò quattro superbi numeri nuovi, prendendone in prestito altrettanti da sue opere precedenti, inserendone due di un eccellente collaboratore anonimo, affidando i recitativi ad altri tre fra amanuensi e colleghi. Dalla fucina melodrammatica ne venne fuori un'opera collettiva che mantiene una sua unità complessiva. La gradevolezza dell'ascolto di questa edizione pesarese è anche merito del concorso dell'accattivante regia predisposta da Rosetta Cucchi, della curata direzione musicale guidata da Diego Matheuz e soprattutto della compagnia di canto che non aveva un elemento fuori posto.

La scena presentava un'enorme torna nuziale multipiano albiceleste. All'interno del piano base c'era la camera e il bagno turchesco di Califo, circondata da poche sculture topiarie a indicare il giardino dove si camuffa l'amoroso Selimo. Piano superiore per la camera della soubrette Adina, amata da Selimo e bramata da Califo. Vertice superiore con gli sposi animati della torta nuziale che all'uopo si trasforma nel carcere dove Califo spedisce il rivale Selimo smascherato (naturalmente si scoprirà che Adina è sua figlia, e i giovani potranno convolare a giuste nozze). Fra i cantanti si agitavano valletti, cuochi burloni, una bandina scalcagnata e clown che parevano più usciti dalla capanna del Cappellaio matto. Il tutto senza ostacolare i numeri solistici che hanno messo in evidenza la non comune perizia vocale di Lisette Oropesa (Adina) e del giovane tenore sudafricano Levy Sekgapane (Selimo), altra bella conoscenza di questo festival, molto applauditi dal competente pubblico rossinomane. Lo stesso dicasi per le voci italiane (in ordine di importanza) affidate alla caratterizzazione efficace e sperimentata di Vito Priante (Califo), alla cordiale caricatura di Matteo Macchioni per l'eunuco Alì, al ruspante giardiniere del Serraglio di Davide Giangregorio. La locale Orchestra sinfonica Rossini guidata con elegante nerbo da Matheuz, avatar solo gestuale di Abbado Maggiore, suonava molto più aderente allo stile rossiniano della blasonata orchestra nazionale Rai (dipenderà anche dall'acustica magica del Teatro Rossini, però il manico, pardon, la bacchetta, conta). Dimenticavamo di dire che per una volta abbiamo visto tre regie (due belle e una meno assai) senza interferenze drammaturgiche: ossigeno prima che pensatori e drammaturghi riprendano a far lavorare le meningi.