Alla riscoperta di Robert Mitchum l'ultimo dei Mohicani di Hollywood

Un documentario degli anni Novanta di Bruce Weber rivela tutti i lati del grande attore, perfetto per la parte del "cattivo"

da Venezia

«L'ultimo dei Mohicani» dice di sé Robert Mitchum nella inquadratura finale di Nice girls Don't Stay For Breakfast, il documentario di Bruce Weber a lui dedicato. L'attore è appena uscito da un ristorante dove ha trascorso una serata con gli amici, ma se ne va da solo, come sempre, spiegazzato dagli anni eppure ancorai imponente, l'eterna sigaretta all'angolo delle labbra. A chi prima di cena gli ha chiesto come stesse, ha dato la sua classica risposta: «Peggio». Una volta, racconta, il suo amico Lex Barker, l'altro Tarzan del cinema dopo Johny Weismuller, si era sentito rivolgere la stessa domanda per strada e aveva replicato di non essere mai stato meglio di allora, analisi mediche perfette e appena ritirate. Subito dopo, un infarto l'aveva lasciato stecchito sul marciapiede. «Ecco, da allora rispondo sempre così, Peggio, tanto per non farmi cogliere di sorpresa».

Girato negli anni Novanta, accantonato dopo la scomparsa dell'attore nel 1997, a ottant'anni, il film di Weber (proiettato ieri nella sezione Classici) è un omaggio a una delle star più segrete di Hollywood, sex symbol e insieme potenza minacciosa, capace dei ruoli più spregevoli eppure grondante sempre e comunque seduzione. In Cape Fear, dove incarna la potenza del male chiamata a distruggere la quiete domestica di Gregory Peck, l'avvocato che lo aveva fatto incarcerare e al quale stupra la moglie e seduce la figlia, c'è una scena in cui viene fatto spogliare al commissariato: «C'era anche Peck in campo racconta Mitchum - e per tutto il tempo non mi guardò mai in faccia e sì che il ciak era lungo. Quando ci fu lo stop gli chiesi se c'era qualcosa che non andasse, o se la sua fosse stata una scelta attoriale. No mi disse serio, ma visto quello che nel film combini al resto della famiglia avevo paura che scopassi anche me... Be', detto da Greg era un complimento».

Centrotrenta film all'attivo, un'infanzia turbolenta, dieci fughe da casa prima dei quindici anni, il carcere e addirittura i lavori forzati per risse e vagabondaggio, il primo attore americano a finire dentro, trentenne, per uso di marijuana, Mitchum è stato il bad boy, il cattivo ragazzo per eccellenza in un'epoca in cui Hollywood i cattivi ragazzi li produceva in serie. Nessuno però era come luiIn La morte corre sul fiume, è il criminale nascosto sotto le spoglie di un predicatore puritano e che porta tatuate sulle dita della mano destra le lettere della parola Dio e su quelle della sinistra le lettere della parola Diavolo

Colto, una buona conoscenza della pittura, amante della poesia, una passione per le canzoni di Cole Porter, Mitchum è stata per Weber una scelta obbligata: «Sapevo che non mi avrebbe aperto le porte di casa né messo a disposizione l'album con le foto di famiglia. Ciò che m intrigava era proprio la sua segretezza. Era uno che trascorreva la vita cercando ancora di scappare di casa. Però è stato sposato sempre con la stessa donna».

Attore per professione e non per passione, sullo schermo Mitchum era una presenza: «È vero che faccio l'attore perché sono troppo pigro per lavorare Però quando mi dicono che sono fortunato, posso scegliere i ruoli eccetera, rispondo che è come congratularsi con un paralitico perché ha il privilegio della sedia a rotelle». Il titolo del film rimanda a un album discografico di Julie London. Anche Mitchum cantava, una voce roca e ben intonata, a suo modo carezzevole. «Dovremmo fare un disco insieme» gli disse una volta Dean Martin, di cui erano noti sia la voce di velluto sia l'alto tasso alcolico. «Il mio fegato non reggerebbe» aveva risposto Mitchum. E, detto da lui, anche questo era un complimento.