Il ritorno (on line) di Pomilio, l'ultimo grande romanziere

"Il quinto evangelio", dopo anni di oblio, viene finalmente riscoperto e celebrato con un mega convegno svoltosi per intero su internet. Ecco cosa è emerso

Gianluca BarberaI Vangeli non sono libri come gli altri. Non solo per il tema trattato (anche molti non credenti ne subiscono il fascino). Non solo perché hanno per protagonista Gesù, nientemeno che il figlio di Dio. C'è qualcosa che li rende speciali. Di che si tratta? «Che diamine c'è, insomma, nei Vangeli, che basta leggerli tradotti in modo appena un po' diverso, o solo udirli pronunziare diversamente dall'usato, perché all'improvviso ci suonino sediziosi?» si domanda Enrico Macioci nel suo intervento al convegno telematico dedicato a Mario Pomilio e al suo capolavoro, Il quinto evangelio, ospitato in questi giorni su Vibrisse, il bollettino di letture e scritture curato da Giulio Mozzi reperibile all'indirizzo vibrisse.wordpress.com, e su una pagina Facebook dedicata. La ragione della loro unicità sta forse nel fatto che, come scrisse lo stesso Pomilio, essi costituiscono un «esempio quasi perfetto, e storicamente esemplare, d'un ciclo letterario: quattro versioni, parallele e insieme autonome, d'un medesimo evento e d'un medesimo personaggio, e la proposta, per tal via, d'un mito aperto, flessibile, indefinitamente rinnovabile». Perché «la loro parola è perpetuo dissidio», osserva ancora Macioci, «un ininterrotto dialogo fra questo mondo e un altro». E perché Gesù ha portato sulla terra una parola nuova, «una fiamma furibonda che nessuno è in grado di spegnere», e «parlando come nessuno mai ha ammalato ogni ulteriore discorso». L'idea del Quinto evangelio venne a Pomilio in una «febbrile mattina dell'agosto 1969» durante la quale prese corpo il progetto di un'opera incentrata su una ricerca senza fine, all'inseguimento di «un vangelo sconosciuto intravisto sempre, non raggiunto mai, una specie d'inchiesta secolare che implicitamente sarebbe stata anche lo specchio delle attese, delle tensioni, delle trepidazioni religiose di ciascun personaggio e, in qualche misura, di ciascuna epoca della Cristianità». Protagonista del romanzo è il libro stesso, il quinto evangelo, il Libro dei Libri, perennemente inseguito e nascosto. Ma, più che di un quinto Vangelo, si dovrebbe parlare di un Vangelo.0, un Vangelo-sorgente, nel quale cogliere un'eco della ipsissima vox di Cristo, una voce sorgiva che risuona attraverso i secoli ripetendo: Voi, chi dite che io sia? Un mito, un miraggio, quello del Vangelo primigenio, sempre «esistito nelle attese del Cristianesimo». Una verità quella raccontata che «scorre per tutti e in nessuno si trova intera». Perché il quinto Vangelo forse altro non è che Gesù stesso, la sua parola, il racconto di ciò che accadde fatto da lui medesimo. Uscito nel 1975, Il quinto evangelio conobbe da subito una grande fortuna editoriale (anche all'estero), per poi finire in un inspiegabile cono d'ombra a partire dagli anni Ottanta. A quarant'anni dalla sua prima pubblicazione, L'Orma lo ha riproposto in un curatissima edizione (corredata da un imponente apparato critico) all'interno della collana «fuoriformato» diretta da Andrea Cortellessa. Delle ragioni dell'oblio toccatogli in sorte e della necessità di restituire ai lettori e alle più alte vette della nostra letteratura un'opera così importante e complessa si è dato conto, dicevamo, in un convegno online dal titolo Il ritorno di Mario Pomilio, romanziere europeo, con interventi di teologi, critici e scrittori quali Demetrio Paolin (ideatore del convegno), Gabriele Frasca (tra i curatori del volume), Sandro Campani, Andrea Caterini, Mario De Santis, Alessandro Zaccuri, Giuseppe Lupo, Enrico Macioci, Renato Minore, Andrea Ponso, Donatella Trotta, Emanuele Trevi, Mirko Volpi, Simone Gambacorta, Tommaso Ottonieri. Sette giorni di dibattiti (non ancora spenti, grazie alla dinamicità del mezzo che li ha ospitati) volti a ricondurre l'attenzione sul grande scrittore abruzzese. Perché, come ha ricordato Paolin in apertura del convegno, se è esistito come pare un «caso Pomilio», è ora di metterlo in chiaro. «Quali sono» s'interroga Paolin «i motivi per cui uno degli scrittori più innovatori e profondi del secondo dopoguerra non gode della fama che dovrebbe, perché le antologie e le storie della letteratura faticano a mettere a fuoco la sua opera?». Gabriele Frasca punta il dito sulle scelte strategiche dei maggiori gruppi editoriali di quei decenni, avversi a una certa idea di romanzo d'idee (poco commerciale), di opera totale quale Il quinto evangelio riesce a essere, più che a un isolamento imposto dalla dominante cultura di sinistra; benché nel 1979 sia stato lo stesso Pomilio (accusato di essere «troppo cattolico») a lamentare una sorta di «apartheid di Dio» nel mondo intellettuale. «E in un paese di non lettori» ha ricordato De Santis, «di cattolici di facciata e certo non frequentatori delle Scritture» riproporre un libro simile è un azzardo. Per di più trattandosi di un «romanzo antiromanzesco per eccellenza», come ha sottolineato Zaccuri, il quale istituisce un parallelo tra il capolavoro pomiliano e Il Regno di Emmanuel Carrère: «sono come lo stesso libro scritto da due autori diversi, in condizioni storiche e personali diverse, con strumentazioni tanto diverse da risultare opposte e complementari. Una montagna scalata da versanti differenti, anche se la cima è unica». E se in alcuni tratti i due s'incontrano, per esempio sul terreno della ricerca di una verità ulteriore alla parola data, «poi ognuno prosegue per la sua strada». E dopotutto che altro è, si domanda nel suo intervento Caterini, quel Vangelo apocrifo perduto se non la ricerca stessa della verità dopo la parola data? «Perché la parola data non è sufficiente. Non è la parola la verità. Per questo la ricerca non potrà essere un risultato». Se dunque Il quinto evangelio è «uno degli ultimi grandi romanzi italiani» (Gabriele Frasca), forse il più bello del nostro dopoguerra (Giulio Mozzi), non siamo sicuri che si riuscirà nell'impresa di restituirlo ai fasti che meriterebbe, perché ci sono destini che, per quanto ci si sforzi, non si possono mutare. Anche se è prematuro abbandonare ogni speranza, dal momento che, «se Gesù è esistito (se esiste), tutto è possibile».