Il ritorno selvaggio di Cruise

La star illumina il musical "Rock of Ages" interpretando con ironia uno sfrenato cantante metal

«Il rock è morto» sentenziava Sting agli inizi degli anni Ottanta profetizzando la fine, o meglio, l’involuzione verso il pop di un genere che, un decennio prima, aveva esaltato la sua anima heavy. Non fu proprio così, ma una sorta di riposizionamento era abbastanza evidente, dovuto al dubbio filosofico se il rock dovesse diventare o meno manifesto culturale di opposizione allo yuppismo reganiano e al fantasma incombente delle boy band. Le atmosfere di quel periodo sono perfettamente ricreate da Rock of Ages, trasposizione cinematografica del musical di Broadway scritto da Chris D’Arienzo, dal prossimo 20 giugno nelle sale italiane. E se ogni generazione ed epoca ha il suo Grease di riferimento, Rock of Ages è il viaggio perfetto indietro nel tempo verso quegli anni Ottanta, guardati con nostalgia dagli attuali quarantenni che faranno fatica a non cantare la colonna sonora che ha accompagnato sentimenti ed emozioni della loro gioventù.
Il film, ambientato nel 1987 a Los Angeles, racconta l’incontro e la storia d’amore tra una ragazza appena arrivata dalla provincia con il sogno di diventare cantante e un barman del Bourbon Club, anche lui con aspirazioni rockettare. Intorno a loro, si agita e canta una serie di personaggi che incrocia, deviandole, le loro strade. Su tutti, lo straordinario Tom Cruise che, nei panni di Stacee Jaxx, il dio del rock sul far del declino, sembra un incrocio tra Axl Rose (molto) e Jon Bon Jovi (meno).

E chi, meglio di Tom, poteva impersonare un’icona di quegli anni, lui che proprio nell’86, con Top Gun, diventò una star idolatrata, desiderata, trattata dai media come una divinità. Una carriera, la sua, che sembra riflettersi in quella di Stacee Jaxx e che Tom, intelligentemente, interpreta in chiave autoironica. Come non vedere, ad esempio, nell’intervista «cult» che in questo film rilascia alla giornalista Constance Sack della rivista Rolling Stone, un evidente rimando a quella che teneva banco in Magnolia, considerato, non a caso, il suo vertice come attore. Cruise, qui, supera se stesso. La bravura nel dare «fisicità» al suo ruolo di rockstar, debordante sì ma senza mai scimmiottare, e il timbro musicale perfetto (ha preso lezione da Ron Anderson, vocal coach di Axl Rose) fanno di lui un serio candidato ai prossimi Oscar. Nessuno, in questi primi mesi del 2012, è riuscito ad offrire una performance altrettanto convincente e, se si pensa anche al riuscito quarto capitolo di Mission Impossible visto di recente, incominciano a essere tanti i fattori che lo potrebbero portare alla statuetta. Alla faccia di tutti quelli che, per un periodo, lo hanno anche indicato (e di conseguenza evitato) come il più antipatico di Hollywood, destinato al fallimento.

Tom Cruise, certo, ma tutto il film è un esplicito e non banale omaggio agli anni Ottanta. La pellicola è disseminata di citazioni «cult» da cogliere. Merito del cineasta Adam Shankman che ha concepito questo revival in chiave postmoderna, seguendo le regole narrative tipiche di quel periodo. Non quindi un semplice deja-vu ma un ironico ritratto, intessuto di rimandi, di come si faceva musica e cinema.
Il Paul Giamatti squallido manager di Jaxx ricorda bene quelli che allora, quasi come una sorta di divisa, esibivano codino e orecchino, indossavano giacca di Armani e non portavano i calzini. Così come l’eccellente Catherine Zeta-Jones, bigotta moglie del sindaco, veste lo stile tipico che distingueva i militanti del partito conservatore, con aggiunta di bandierina americana. Dovunque ti giri, fai un tuffo nel passato.

Dalle copertine degli album dei gruppi heavy a Footloose; dalla limousine Cadillac Fleetwood bianca dell’85 alla bambola gonfiabile di 20 piedi sistemata sulla Tower Records (usata, negli anni ’80, per promuovere un tour dei Rolling Stones); da uno striscione della modella «in rosa» Angelyne che imperversava in quel periodo alle targhe di ottone appese sul soffitto del Bourbon. La chiave grottesca evita il rischio della deriva adulatoria (nei confronti delle star dell’epoca) o iconoclasta (contro chi era scandalizzato dall’amoralità della scena) dando a ogni ricordo la sua giusta dimensione. Il miglio e mezzo di Sunset Strip non è mai stato così celebrato. «I Love Rock’n’Roll».