Il ritorno di Zhang Yimou all'epica feudale è un quadro perfetto fatto di "Ombra" e luce

Un'affascinante storia di assassinii e tradimenti nel terzo secolo dopo Cristo

da Venezia

È lunga e stretta la strada che conduce al cuore della città da riconquistare, dominata dall'alto da opposti spalti gremiti di arcieri. Al posto degli scudi, che assicurano la difesa, ma non l'offesa, il commando incaricato dell'impresa è stato dotato di ombrelli rotanti, l'acciaio che sostituisce la tela, le stecche che possono tramutarsi in frecce e in pugnali. Ed è a un ombrello rotante, manovrato con grazia tutta femminile, per meglio svuotare la violenza maschile dell'alabarda avversaria, che contemporaneamente è stato affidato il duello fra i due generali degli opposti schieramenti. Avviene tutto durante la stagione delle piogge e l'acqua lava via il sangue e rende lucida e livida ogni cosa, uomini, armi, montagne, fiumi... Mai al cinema la fantasia visionaria di Zhang Yimou, ieri fuori concorso con Ying, ovvero Ombra, aveva raggiunto vette simili, il nero e l'argento di una carica che scivola per rotazione seminando intorno a sé terrore e distruzione.

«Volevo sperimentare qualcosa di diverso dal colore - dice il regista - e usare quell'effetto Cina proprio dell'arte calligrafica del mio Paese, il fondo avorio della carta di riso su cui viene tracciato il segno scuro dell'ideogramma. Volevo anche che la scena fosse vissuta come un quadro, la sua perfezione all'interno di una cornice compiuta». Reinterpretazione del Romanzo dei tre Regni, un classico della letteratura cinese, Ombra racconta l'età feudale del III secolo dopo Cristo: guerre estenuanti, lotte di potere intestine, raffinatezza e corruzione, machiavellismi e eroismi, donne di palazzo riverite come dee, ma trattate come semplici pedine nel gioco per la supremazia. Il film deve il suo titolo a un ruolo fondamentale nell'epoca, quello dei sosia dei re e dei generali, sorta di controfigure, fedeli sino al sacrificio della propria vita, che fungevano da esca e insieme da protezione. L'assassinio a tradimento è allora una merce di pronto consumo e chi sta al vertice la combatte moltiplicandosi, offrendo cioè la propria ombra al pugnale incaricato di uccidere la realtà. Il comandante Yu, condottiero valoroso, ma che giace gravemente ferito, usa così il suo doppio per vincere l'ultima battaglia e lo fa all'insaputa e nonostante la volontà contraria del suo sovrano, da lui giudicato un pavido desideroso soltanto della pace, costi quel che costi. Ma questi, al contrario, è un uomo ambizioso e feroce che persegue misteriosamente una sua strategia di conquista.

Zhang Yimou è un habitué di Venezia, dove ha già vinto due volte il Leone d'Oro (La storia di Qiu Ju, 1992, Non uno di meno, 1999), una volta il Leone d'Argento (Lanterne rosse, 1991), oltre a essere stato presidente di Giuria: quest'anno gli è stato assegnato il premio Jaeger-Le Coultre. Un passato e un presente, insomma, che devono aver suggerito il fuori concorso per questo suo nuovo film, anche per evitare di far correre una Ferrari in un circuito dove le altre macchine arrivano al massimo al Gran turismo... A dodici anni di distanza da La città proibita, Ombra è un ritorno al genere Wuxia, ovvero l'epica feudale e marziale, dove la forza e la debolezza, la crudeltà e la tenerezza sono esaltate al massimo. Qui l'utilizzo di una cromaticità fotografica depurata, un'estetica raffinatissima e curata in ogni dettaglio sono al servizio di un tema classico, quello del doppio. «Un'ombra - dice Zhang Yimou - deve fondersi a un punto tale con la luce di cui è proiezione, da non poter più distinguere chi ci sia sotto di lei. Un uomo? O un fantasma nascosto nell'oscurità? Chi vivrà? Chi morirà?». Lo saprete andando a vedere il film, due ore di pura magia.