Rock ed effetti speciali: "Volevo cambiare ora sono più diretto"

Al via il tour di Ligabue, tra suoni decisi e slogan di denuncia: "Sui megaschermi ho voluto anche un aforisma di Montanelli"

da Roma

E non c'è manco bisogno di attendere che arrivi a cantare Lambrusco e popcorn sulla piattaforma al centro dell'Olimpico: si capisce subito che Ligabue stavolta non ha troppi fronzoli. Ventisei brani che hanno come biglietto da visita il primo in scaletta, Il muro del suono. Potrebbe intitolarsi il muro del suo vecchio suono. «Dire rock è troppo, ma di certo è un suono deciso», ha spiegato lui bello concentrato prima di salire sul palco che, detto per inciso, è assai spettacolare, un enorme e altissimo cilindro sul quale scorrono immagini, video, slogan, scritte. Ligabue si è asciugato, e non solo fisicamente visto che è più magro del solito. Anche il suo concerto, che dopo Roma (tutto esaurito anche stasera) passerà da San Siro, Catania e da un'altra decina di stadi fino a fine settembre, va avanti per sottrazione e quindi guadagna in efficacia, eccome. Nella band c'è una tastiera in meno rispetto al passato e «il bassista è molto aggressivo» conferma lui. Poggi Pollini suona la chitarra come si deve perché il suo è ormai il sound di Ligabue, e la batteria di Michael Urbano ha il ritmo sincopato e incalzante degli Smash Mouth dai quali proviene. Perciò quando Il muro del suono fa subito capire come sarà la musica, il pubblico ovviamente si scatena. Sessantamila e rotti all'Olimpico, tutto esaurito come a San Siro sabato prossimo, un evento obiettivamente multimediale visto che prima di Ligabue sul palco salgono Brunori Sas, Il Cile, che nel tour si alterneranno a Daniele Ronda e Paolo Simoni, mentre Rtl 102.5 trasmette in radiovisione un preshow dalle 19.30 con brani selezionati proprio dal padrone di casa (e Radiofreccia live ci sarà in ogni data). Insomma, come spesso accade, i concerti mainstream si dilatano, diventano minifestival e quindi durano ore e ore. «Iniziamo alle 21.30 proprio per consentire al pubblico di godersi dopo il tramonto uno show pensato apposta per essere seguito al buio». Il volume delle tue bugie. I ragazzi sono in giro. Ho messo via. Ligabue parla poco ma buono, si concede un siparietto con il suo manager Claudio Majoli (gli porta il caffè dopo Per sempre) e poi, passando per Siamo chi siamo e la tostissima Balliamo sul mondo va diretto fino appunto a Per sempre, che ha un assolo azzeccato mentre sugli schermi corrono le immagini di famiglia, lui con papà e mamma, lui bambino, altri tempi, altre atmosfere. «Sono in fase di cambiamento e anche Mondovisione, del quale qui suoniamo tredici dei quattordici brani, è un disco di cambiamento. Questo è il Ligabue 2.0», annuncia lui tagliente prima di accendere gli amplificatori. «Una volta ho detto che l'espressione “avere un pubblico” è inappropriata: il pubblico ce l'hai solo in prestito ed è composto, come in questo caso, da sessantamila vite distinte l'una dall'altra». Il nuovo Ligabue.

Dopo L'odore del sesso, non a caso affiancata a Urlando contro il cielo per rendere il risvolto passionale quasi istintivo della sua musica, Ligabue si mette tra parentesi ritornando sulla piattaforma al centro del campo (La neve se ne frega è realmente molto intima e azzeccata) prima di quella che è, parola sua, «la canzone d'amore più esplicita che abbia mai scritto», Tu sei lei. Il sentimento. E poi la rabbia. Prima che si scateni Il sale della terra gli schermi martellano aforismi di Kissinger, Burke, Matteo e persino Indro Montanelli: «È una galleria di frasi che vogliono dare un ulteriore senso critico alla canzone. E ciò che scrisse Montanelli (L'amore per il potere esclude qualsiasi altro tipo di amore - ndr) ha una forza devastante. Durante la canzone, che è fradicia di ironia amara, una cifra lampeggia sullo schermo: «Un milione e centomila italiani vivono di politica». Ligabue parla, certo, e colloquia con il pubblico. Ma è concentratissimo, sembra quasi abbia filtrato tutte le impurità talvolta genuinamente provinciali che colorivano e coloravano le sue parole. Più rockstar di prima. E lo è anche quando, parlando nei camerini del verso di Tra palco e realtà «casse di Maalox per pettinarci lo stomaco» (che fa venire in mente il farmaco usato da Beppe Grillo per smaltire la delusione elettorale), prima sorride dicendo un semplice «sono stato un anticipatore». Poi però va giù duro: «In Italia ci sono nove milioni di processi pendenti, e pubblico certe cifre sullo schermo per scuotere il pubblico. I toni della campagna elettorale non mi sono piaciuti per niente, la gente è sotto pressione per le difficoltà economiche e, come canto nel Muro del suono, i responsabili della crisi mondiale non hanno mai pagato il conto». Diretto, immediato, persino duro, Ligabue, come le immagini di un cuore aperto che a un certo punto riempono i ledwall davanti a sessantamila che hanno il cuore all'unisono mentre lui porta alla fine (l'ultima ovviamente è Con la scusa del r'n'r) il suo concerto più sofisticato proprio perché distilla i tradizionali suoni rock e la disillusa consapevolezza di chi sa piegarli all'attualità senza soffocare nel cinismo.