Il rock, l'arte e il rimpianto I segreti dei Joy Division

La difficile ascesa e il tonfo dopo il suicidio del cantante Ian Curtis Storia della band inglese che ha rivoluzionato il pop (per due volte) 

Per gentile concessione di Tsunami edizio­ni pubblichiamo uno stralcio dell’autobio­grafia di Peter Hook, ex bassista dei Joy Divi­sion, dal titolo Joy Division. Tutta la storia , in libreria da mercoledì.

Ian si è ucciso nelle prime ore della domenica mattina. L'ultima volta che l'ho visto è stato il venerdì sera, quando gli ho dato uno strappo a casa dei suoi genitori a Moston, che è vicino a dove stavo io, in Minton Street.
Si arrivava in cima alla strada e sua madre e suo padre vivevano a Failsworth, letteralmente a meno di cinquecento metri da casa mia. Quindi sì, quel venerdì sera l'ho accompagnato a casa ed era euforico, le prove erano andate benissimo. Ridevamo e scherzavamo, e ogni tanto uno di noi diceva: «Non ci credo, cazzo, andiamo in America!». Urlavamo nell'auto, saltavamo su e giù sui sedili, stavamo proprio urlando, gridando, strillando: «Sììì! In America!». Altro che «piuttosto la morte». Questo era il venerdì sera. Saremmo dovuti partire dopo il fine settimana. Se quello sciocco non si fosse ammazzato, il lunedì saremmo saliti su un volo per gli Stati Uniti. Se già sapeva che si sarebbe ucciso, come dicono alcuni, stava quindi facendo finta di essere così entusiasta? Era un attore così bravo? Barney (Bernard Sumner, chitarrista dei Joy Division, ndr) ci aveva parlato il sabato. C'era un telefono a casa dei suoi genitori, mentre non ne aveva uno a casa sua, quindi gli si poteva telefonare dai suoi ma non a Macclesfield. Barney l'aveva chiamato per sapere se voleva uscire, ma Ian aveva detto di no, perché sarebbe andato da Debbie, ed è quello che ha fatto. È andato a casa di Debbie. Hanno litigato e lei è andata a lavorare. E lui è andato a impiccarsi.

***

L'ho saputo durante il pranzo della domenica con Iris. Mi sono alzato da tavola per rispondere al telefono. Era la polizia, il sergente taldeitali, che mi ha detto «Ci dispiace informarla che Ian Curtis si è tolto la vita la scorsa notte. Stiamo tentando di metterci in contatto con Rob Gretton (il manager della band, ndr). Se lo sente, potrebbe chiedergli di chiamarci, per favore?».
Ho risposto: «Va bene», e poi mi sono sentito stordito. Lo sono rimasto per giorni, a dire il vero, come se mi si fosse pietrificato il cervello.
In quello stato, sono tornato a sedermi a tavola, ho preso il coltello e la forchetta e ho continuato a mangiare. Non ho detto niente a Iris. Mi sono semplicemente seduto e ho continuato a mangiare, solo che non sentivo più il sapore all'improvviso mi sembrava di non essere più nel mio corpo. Come se mi stessi osservando dall'alto.
Dopo un po', Iris ha detto: «A proposito, chi era al telefono?».
«Ah sì», ho risposto. «Era la polizia che chiamava per dirmi di Ian».
«Che gli è successo?».
«Si è suicidato».
Poi non ricordo più nulla. Non ricordo niente di ciò che è successo da lì in avanti. Voglio dire, ricordo che abbiamo passato un sacco di tempo insieme, seduti in un pub: io, Barney, Terry e Twinny, seduti a bere, a giocare a freccette, a passare del tempo insieme, siamo andati a trovare Rob, a parlare con lui, cercando di dare un senso a quanto era successo. Non ci sono state grida o pianti, solo un silenzio costante e sbalordito, che sembrava più sopportabile quando stavamo tutti insieme.

© Peter Hook
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