Un romanzo su Schumann in forma di sinfonia

Fabrizio OttavianiSe lo confondete sempre con Schubert è arrivato il momento di rimediare: l'evento centrale dell'ultimo romanzo di Filippo Tuena non è la crisi di follia durante la quale Schumann si immerge nel Reno «come un palo che affonda nell'acqua» - verrà salvato da barcaioli e poi internato in una casa di cura nel villaggio di Endenich, che in tedesco suona pressappoco come «niente fine» - ma la notte in cui gli appare Schubert, il musicista viennese scomparso da tempo che con il ciclo della Winterreise aveva aggiunto il tassello più raggelante al modello del Wanderer romantico. Al risveglio, Schumann sosterrà che lo spettro di Schubert gli ha regalato una melodia. La trasformerà nelle Variazioni del fantasma, la sua ultima opera, prima di arrendersi alla demenza.Memoriali sul caso Schumann (Il Saggiatore, pagg. 252, euro 19) è impressionante. Per condurre il lettore in casa Schumann e farlo assistere al crollo mentale del grande musicista Tuena ha letto tutti i carteggi possibili: quelli dei congiunti e degli allievi, a partire da Brahms. Il risultato dimostra che si può essere grandi scrittori in barba a tutto: alla fusione fra Mondadori e Rizzoli, agli alambicchi del premio Strega, al filisteismo dei recensori...Siamo a Düsseldorf, nel 1854. Vediamo il giovane Brahms, da poco scoperto dal padrone di casa, interrogarsi sui vaneggiamenti del suo mentore; osserviamo la moglie di Schumann, Clara, continuare a suonare il pianoforte; ascoltiamo i medici vietare a chiunque, con il pretesto che ciò ne peggiorerebbe le condizioni, di visitare il paziente. Naturalmente ognuno si chiede perché Schumann sia impazzito. Per la sifilide? Per il vizio di bere, che spinge i dottori a somministrargli un cucchiaio di sherry ogni ora, come si fa con gli alcolizzati? Sarà colpa dello spiritismo, diventato un'ossessione? E se Schumann fosse, semplicemente, un soccombente, come anni dopo ipotizzerà il vecchio Brahms, convinto di essere stato lui, prorompente genio musicale, a spingere alla follia il suo maestro? Come nel caso di un altro delirio luetico, quello di Nietzsche, pare blasfemo ricondurre la catastrofe a una moltiplicazione di batteri. Oggi avrebbero somministrato degli antibiotici, oggi forse gli psicofarmaci li avrebbero strappati alla notte della ragione. La nostra epoca è meno indifesa (di certo non è altrettanto magnetica) di questo nerissimo Ottocento.