Da Rumsfeld a Frank Zappa è il «docu» la vera sorpresa

Che ormai le barriere tra cinema di finzione e non - i documentari tanto per capirci - fossero cadute è un fatto. Però certo vedere nel concorso principale della più antica manifestazione di cinema, la Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica numero 70 al Lido di Venezia a fine agosto, ben due film specchio del cosiddetto «cinema del reale» è una notizia. E, molto probabilmente, questa scelta del direttore Alberto Barbera sui lavori che lui definisce «documentari fra virgolette» è anche una prima mondiale rispetto agli altri grandi festival internazionali. Così come a memoria non si ricorda di un doc italiano in concorso a Venezia.
Ma quali sono questi due film a cui la Mostra ha scelto di dare uno spazio così importante e in qualche modo pieno di responsabilità (tanto sicuramente ci sarà chi dirà che non è appropriato metterli sullo stesso piano dei film canonici)? Uno è il lavoro di uno dei più grandi documentaristi viventi, lo statunitense Errol Morris (premio Oscar nel 2004 per The Fog of War: La guerra secondo Robert McNamara), che con The Unknown Known: the Life and Times of Donald Rumsfeld svela e racconta il dietro le quinte della storia americana più recente attraverso una lunga intervista al segretario di Stato della Difesa sotto le presidenze di Gerald Ford, «l'uomo che perdonò Nixon», e di George W. Bush. L'altro è Sacro GRA di Gianfranco Rosi che dopo il deserto americano dei dropout (Below Sea Level) e il Messico dei killer del narcotraffico (El Sicario, room 164), ha deciso di raccontare un universo di umanità (il monolocale del nobile torinese e di sua figlia universitaria, l'attore agé di fotoromanzi, il pescatore di anguille e il villaggio d'acqua sotto il cavalcavia...) girando e perdendosi per tre anni con un mini-van sul Grande Raccordo Anulare di Roma per scoprire mondi (in)visibili. Quello di Rosi è sicuramente cinema puro tanto che lui ora si affretta a dichiarare che «la parola documentario mi fa quasi paura». Anche perché l'ibridazione del genere è ormai così forte che si fa fatica a scorgere le differenze.
Però certo rimane un fatto la grande attenzione sul reale che domina nei 21 documentari che verranno presentati in prima mondiale. E quando c'è da raccontare qualcosa di importante cadono anche le barriere della durata. Così Wang Bing, che l'anno scorso con il doc Three Sisters aveva vinto nella sezione «Orizzonti», ci porterà nelle sconvolgenti tre ore e mezza di Feng Ai (Til Madness Do Us Apart) all'interno di un ospedale cinese. E se in Oriente le contraddizioni non mancano non va tanto meglio in Occidente come dimostra il lavoro, ben 4 ore, di un altro affermato regista, Frederick Wiseman che in At Berkeley si immerge dentro il celebre campus universitario osservando da vicino le partite di football, i dormitori, le lezioni, la gestione dell'università, in un'analisi profonda e inedita del sistema educativo americano.
Sorprendente sarà anche Con il fiato sospeso di Costanza Quatriglio, la premiatissima autrice di Terramatta, che sceglie il formato corto, 35 minuti, per raccontare, anche grazie ad attori come Alba Rohrwacher e Michele Riondino, la storia vera di una ragazza che, studiando Farmacia, si accorge che nei laboratori di chimica qualcosa non va. L'ambiente è insalubre e più d'uno inizia a stare male. Ma lei non vuole rinunciare ai suoi sogni da ricercatrice.
Sicuramente più scanzonato Summer 82 When Zappa Came to Sicil di Salvo Cuccia che ripercorre il viaggio fatto con il padre più di 30 anni fa per assistere a uno storico concerto di Frank Zappa a Palermo nel 1982. Unendo ai propri ricordi i filmati di repertorio e le testimonianze dei figli di Zappa, Dweezil e Diva, il regista ricostruisce le atmosfere e il contesto dell'epoca e torna sui luoghi d'origine del genio italoamericano. Quasi un «instant doc» invece The Armstrong Lie in cui il regista Alex Gibney segue il ciclista Lance Armstrong durante la sua preparazione per l'ottavo Tour de France, affrontando lo spinoso tema del doping all'interno delle competizioni ciclistiche. Poi anche il genere documentario si adegua ai tempi ed ecco l'uso del 3D come in Amazonia di Thierry Ragobert in cui una scimmia cappuccino, nata e cresciuta in cattività, dopo un incidente dell'aereo sul quale si trovava si trova faccia a faccia con la natura selvaggia a fare i conti con tanta libertà ed altrettanti pericoli. La sua unica via di salvezza sta nel trovare e unirsi a un branco di suoi simili. Praticamente un film...