Alla Scala Daniel Harding rimane nel limbo

«Fierrabras nasce dalle passioni musicali di un giovane che sta trovandosi: Mozart, Gluck, Händel e, naturalmente, il Fidelio. Schubert è qui a contatto con ombre impalpabili, e quasi fantasmi. Una doppia vicenda, secondo la regola aurea affermata dal Ratto mozartiano, di amore contrastato. Sullo sfondo le lotte dei Mori con i Franchi, e tanto di Carlo Magno in scena, tutt'altro che bonario. Vi è poi il protagonista, anch'egli preda d'amore, ma destinato, quando i contrastati amanti sono in fine riuniti, a restarsene solo, pago della propria integrità cavalleresca». Mario Bortolotto così riassumeva il primo contatto con l'opera di Schubert, riesumata da Claudio Abbado a Vienna nel 1990. Benissimo ha fatto la Scala a presentare a Milano per la prima volta questo scrigno di musica eccezionale (lo spettacolo calligrafico ma non privo di fascino di Peter Stein viene dal Festival di Salisburgo). Nonostante il valore del reparto femminile (Annette Frisch, Dorotea Röschmann), superiore al munito campo maschile, e la prova superba del baritono Markus Werba, l'impressione generale è stata ben al di sotto di quella ricavata dallo spettacolo madre di Salisburgo. Certo in buca non c'era la Filarmonica di Vienna. Ma le perplessità maggiori provenivano dal manico: Daniel Harding rimaneva inchiodato in un limbo interpretativo di formule rigide e ripetitive, che in breve, diventavano stancanti. Anche l'eccellente coro scaligero, tanto impegnato in quest'opera, rimaneva ben dietro non solo all'Arnold Schönberg di Erwin Ortner di cui disponeva Abbado, ma a quello della Staatsoper di Vienna in trasferta sulle rive della Salzach.