Lo scandalo della Arendt ebrea che "capiva" i nazisti

La regista Von Trotta racconta la filosofa sfuggita ai lager che descrisse Eichmann come simbolo della "banalità del male"

«Fare ogni sforzo per comprendere non significa perdonare». Sta in questa frase pronunciata davanti ai suoi studenti da Hannah Arendt il senso profondo del nuovo film di Margarethe von Trotta dedicato alla filosofa ebrea-tedesca diventata americana. Hannah Arendt è il titolo. Margarethe von Trotta attraverso il suo cinema ha esplorato in largo e lungo l'universo femminile. Un modo di dire francese ricorda che si nasce incendiari e si muore pompieri. Sin troppo appropriato per la regista tedesca. È partita dai furori femministi e sessantottini ispirati da Heinrich Böll (Il caso Katharina Blum, 1975). Poi si è avvicinata alla terrorista appartenente alla banda Baader-Meinhof (Anni di piombo, 1981), a Rosa Luxemburg (Rosa L., 1985), alla benedettina Ildegarda di Bingen (Vision, 2009) e ora ad Hannah Arendt. Margarethe von Trotta nella sua essenziale e rigorosa biografia per immagini coglie l'essenza di uno dei pensatori più originali ed autonomi del Novecento. Mai fermarsi davanti alle ovvietà. La vicenda del film si svolge tra il 1961 e il 1963. Hannah Arendt ormai è un cittadina americana. Una professoressa universitaria, sposata con un filosofo, ben introdotta nella comunità intellettuale newyorkese. Il passato di paure, peripezie e fughe continue è alle spalle. Brillante allieva (e amante) di Martin Heidegger, con l'arrivo dei nazisti ha lasciato la Germania poiché ebrea, riparando in Francia. Ma anche lì sono arrivai i nazisti e Hannah si è rifugiata in America. Ha scritto un libro ponderoso, Le origini del totalitarismo (1951), mettendo sullo stesso piano nazismo e comunismo. Coraggio e originalità non le mancano. Gli israeliani nel 1960 hanno catturato il nazista Adolf Eichmann e intendono processarlo pubblicamente a Gerusalemme. Il settimanale The New Yorker convince Hannah a fornirne un resoconto. La filosofa scruta attentamente quell'uomo grigio, vestito in maniera ordinaria. Sembra un ragioniere. Un meticoloso responsabile delle linee ferroviarie. I treni devono arrivare in orario. Anche se le merci trasportate sono carne umana giudaica. Non ha il volto sicuro del macellaio. Né la tracotanza dell'ideologo. Hannah si mette alla macchina da scrivere. Una sigaretta fra le dita.

Sulla carta si imprimono parole sbalorditive. Il nazista ha commesso crimini gravissimi. A spingerlo è stata la «banalità del male». Scoppia un putiferio. Un'ebrea scappata miracolosamente alla furia del suo persecutore nazista che ne giustifica il comportamento. Colleghi, amici, persino il marito sono perplessi. Ma Hannah non indietreggia. Il vero male di Eichmann è un misto di superficialità e mediocrità. Per rendere credibile un personaggio tanto complesso quanto affascinante, Margarethe von Trotta si serve dell'attrice Barbara Sukowa. Aggiunge così eleganza, bellezza, fisicità. Un corpo duro, atletico, slanciato, accoppiato a una mente geniale, a un coraggio straordinario, a una coscienza cristallina. Il film di Margarethe von Trotta è schematico, didattico, freddo. Non sale volutamente mai di tono. Poiché questo era il timbro del pensiero e della vita attiva di Hannah Arendt: ragionamento, riflessione, comprensione, umanità. L'intellettuale riservata prova una grande felicità nel visitare Israele, non ha dimenticato di essere una ebrea e una tedesca. Ma l'impazzimento dell'Europa ha costretto una sua figlia geniale a scappare e attraversare l'Oceano, cambiare lingua e abitudini. La vita ha preso una piega inspiegabile e imprevedibile. Torniamo da dove siamo partiti. Capire non significa perdonare. Hannah Arendt fece di tutto per capire la sua storia, il suo secolo, gli uomini come Eichmann. E Margarethe von Trotta è stata capace, cosa assai rara, di filmarne l'essenza del pensiero. Il pensiero di una umanista in un mondo terribilmente disumanizzato.