Scrittori e youtuber? No, i veri intellettuali sono i vecchi prof

I luoghi di resistenza culturale sono università e scuole. Chi sa pensare è il tarlo di ogni potere

Che cos'è un intellettuale oggi? Diciamo meglio: che cos'è un intellettuale nell'epoca di Salvini? A chi diamo questo nome? Che cos'è nell'immaginario generale, quell'immaginario che viaggia sui media di ogni genere e natura, dai giornali ai social alle chiacchiere sul pianerottolo, e poi ci rimbalza dentro, inevitabilmente? E, soprattutto: qual è il contributo che il mondo intellettuale può dare al Paese per il mantenimento e il rafforzamento della libertà di tutti?

E per finire: dov'è che la libertà è più in pericolo?

Sento dire che un ventenne di oggi non si alimenta più come un tempo di autori classici. La mia generazione crebbe con Kafka, Dostoevskij, Proust. Molti sostengono che questo oggi - non solo in Italia ma nel mondo - non è più vero, che nel romanzo di formazione di un ventenne di oggi quel patrimonio di frasi, concetti, illuminazioni tratte dai Classici, e che negli anni Settanta formavano il tessuto del pensiero di un giovane acculturato, è stato sostituito dai serial tv: House of Cards ha sconfitto Delitto e castigo, Black Mirror ha eclissato Il processo.

Ma è davvero così? Io non credo. Credo, piuttosto, che mentre la mia generazione leggeva Kafka in continuità rispetto ai valori culturali che aveva ricevuto nella scuola, oggi Kafka sia una scoperta personale, una specie di riconquista, quindi tanto più preziosa. Conosco moltissimi giovani di ogni tipo (non solo specializzandi in Filosofia, ma anche apprendisti elettricisti) e non mi sembra che il modello dominante sia quello del ragazzotto ignorante, un po' bullo o della ragazzina scema, tutti social-addicted.

Le persone cambiano a seconda di come le si guarda. Michele Serra scrisse Gli sdraiati, un libro divertente al cui centro c'è l'incapacità di un tipico intellettuale italiano, un po' conservatore, ad accettare i diversi percorsi che i tempi impongono al figlio, un adolescente di oggi.

Dico questo perché se i luoghi comuni si diffondono è anche perché tutto è diventato «luogo comune», ossia letteralmente: piazza, mercato, luogo di chiacchiera, speaker's corner. Dietro la seducente parola «connessione» («essere sempre connessi» è stato l'ideale massimo degli ultimi dieci, quindici anni) c'è anche questo: la difficoltà sempre maggiore ad assumere, di fronte alla realtà e ai suoi cambiamenti, una posizione personale, adulta. Più sei connesso e più ti alimenti di questi luoghi comuni e del cosiddetto «pensiero unico», che non è un'ideologia precisa quanto piuttosto la somma caotica di milioni di voci che parlano, fino a trasformarsi in una sorta di cangiante diktat.

Non è un caso - lo testimoniano anche molti interventi recentissimi - che la parola «intellettuale» indichi oggi soprattutto chi, dentro questo coro sterminato, acquista una posizione dominante: scrittori e giornalisti sì, ma anche attori, ballerini, blogger, youtuber, cantanti, e così via.

Ma è così? Anche rispetto al contributo che gli intellettuali possono dare alla libertà e all'indipendenza di ciascuno di noi, è da queste persone (pur degnissime) che dobbiamo aspettarci l'apporto decisivo?

Sarà un cantante a opporre un'efficace resistenza al potere, che sa sedurre e conosce molti argomenti senza dover ricorrere alla violenza fisica?

Anch'io, come Eraldo Affinati, credo che i luoghi di vera resistenza intellettuale siano, oggi, la scuola e l'università. I luoghi, cioè, dove è possibile, più che altrove, imparare a pensare. Quando penso a un intellettuale veramente importante, oggi, penso a un Rettore universitario, a un Preside di Facoltà, a un prestigioso Professore, e a chi combatte la propria quotidiana battaglia nelle scuole, spesso in zone difficili e pericolose, adoperandosi con tutte le proprie forze (e di gente così ce n'è tantissima!) contro il degrado, la droga, lo spaccio, la violenza quotidiana, la solitudine, il disorientamento, con ragazzi di cui spesso gli italiani figli di italiani sono una piccola percentuale, e a tutti cercano di insegnare la nostra lingua, la nostra storia, la nostra letteratura, e poi la matematica, le scienze, l'inglese, il tutto per un guadagno che non è certo quello di Jovanotti o di Muccino.

Sappiamo bene che un regime totalitario, perlomeno nella colta Europa, non può non alzare i parametri contributivi per la scuola e l'università. Raggiungere risultati d'eccellenza è fondamentale per l'immagine del Paese nel mondo. Ed è anche comprensibile (seppur brutto) che, alla guida di queste istituzioni, quel regime cerchi di mettere personaggi «graditi».

Eppure: un uomo di cultura, che interpreti fino in fondo il proprio ruolo istituzionale, potrà mai essere del tutto gradito a un regime? Un uomo che pensa non costituirà perciò stesso un tarlo per qualunque potere? So che è un discorso difficile e scivoloso, il mio, ma la domanda è legittima: per quanto voluto da un governo «amico», chi - Rettore, Preside, Diretore Didattico - guida un'istituzione culturale come un'Università non può ottemperare a volontà altrui, non può accettare un'eterodirezione senza rendersi gravemente colpevole rispetto al ruolo stesso che ricopre, che è quello di farsi garante della qualità (che include anche una grossa quota di libertà) della formazione umana e intellettuale dei giovani. Fino a farne uomini adulti.

Poniamo anche che un anziano accademico, magari con precedenti politici e quindi avvezzo ai giochi di potere (succedeva spesso nella Prima repubblica), abbia formato intere generazioni di giovani politici, e che questi giovani abbiano poi ottenuto posizioni di prestigio nel governo del Paese. Bene: è immaginabile che, proprio in quanto formatore, in quanto uomo di cultura, egli possa identificarsi completamente con quei giovani allievi e con il loro modo di gestire il potere?

Insisto soprattutto sull'Università per le sue stesse origini altre rispetto a qualunque forma di potere, laico ed ecclesiastico, e perché è nella fucina dell'università che si produce l'ossatura, la spina dorsale, la classe dirigente di un Paese. L'università può produrre, in questo senso, uomini liberi e responsabili oppure servi fedeli, yes-men. Possiamo denunciare il peso della burocrazia, i mille condizionamenti politici che la appesantiscono a tutti i livelli, ma alla fine la coscienza di chi dirige e di chi insegna risulterà decisiva.

Il problema è eminentemente educativo. Non si può formare e basta, si deve anche educare. È questa la libertà intellettuale che occorre, e che si può esercitare solo nei luoghi non comuni, quelli cioè dove si trasmettono non notizie ma conoscenze. Con fatica, sudore e magri stipendi.

Commenti

Tergestinus.

Gio, 02/08/2018 - 12:46

"Preside di Facoltà"?? Ma lo sa Doninelli che sono ormai anni che le facoltà non esistono più nell'ordinamento universitario italiano?

fifaus

Dom, 05/08/2018 - 15:36

Andiamo proprio bene: l'università italiana è ancor oggi dominata da vecchi baroni e da consorterie massoniche!