"Scrivo di disagio mentale senza essere troppo triste"

La vincitrice del Campiello con «La prima verità»: «Sono partita dalle sofferenze di mia madre»

da Venezia

Campiello 2016 in rosa: dopo cinque finaliste al Campiello Giovani, è stata Simona Vinci, classe 1970, con La prima verità (Einaudi), a trionfare sabato alla Fenice per la 54^ edizione del Campiello, il premio di Confindustria Veneto. Ce l'ha fatta dopo che per due volte - nel 1999 con In tutti i sensi come l'amore e nel 2003 con Come prima delle madri, era entrata in cinquina ed era stata molto vicina alla vittoria. Elisabetta Rasy, classe 1947, l'altra scrittrice in finale, arriva seconda con Le regole del fuoco (Rizzoli).

Scritto in otto anni, il romanzo della Vinci, a metà tra narrativa classica, auto e docu-fiction, sfiora a tratti la sperimentazione con salti spazio-temporali e differenti piani narrativi. Non è dunque il classico plot da giuria popolare, tanto che la favorita nei pronostici era invece la Rasy, con un delicato amore tra volontarie mediche, al fronte nel 1917. Al centro di La prima verità c'è comunque un altro tema scomodo: la chiusura dei manicomi e gli scandali legati alla follia. La malattia mentale e il passato oscuro degli ospedali psichiatrici vengono narrati in un viaggio ideale tra Budrio, dove la Vinci vive attualmente, e l'isola di Leros, oggi meta turistica, ma dal 1958 agli anni Novanta manicomio-lager, che ha ospitato fino a 1000 persone.

Come mai Leros?

«Mi sono documentata dopo aver letto alcuni articoli sull'isola, che oggi ospita un campo per migranti. E ho trovato un servizio fotografico scattato di nascosto quando il manicomio era aperto».

All'interesse per la malattia mentale come è arrivata?

«Attraverso il disagio mentale di mia madre. E poi attraverso il mio. Ho fatto un percorso psicoanalitico di sette anni, dopo una serie di attacchi di panico che mi hanno tenuta chiusa in casa a lungo. Il lavoro sulla mia depressione mi ha fatto capire che uscire da me stessa per andare incontro al dolore degli altri poteva aiutarmi».

Quindi «La prima verità» è ancora autofiction?

«In realtà la parte autobiografica non esiste. La letteratura cambia sempre tutto. Non è importante come sia avvenuta la mia esperienza diretta con il disagio mentale. Certo, se non mi fosse successo non avrei scritto questo romanzo».

Come mai ha vinto lei sulla Rasy?

«Il romanzo è andato bene fin dalla sua uscita e qualcuno si è stupito che un libro di una certa qualità letteraria riesca a raggiungere il grande pubblico. Ma io ho lavorato per ottenere questo risultato, perché un libro a strati, denso, complicato permettesse al lettore di arrivare fino in fondo».

La giuria del Campiello rispecchia il lettore medio italiano?

«I lettori non hanno più voglia di farsi menare per il naso. Cercano storie contemporanee. Come la mia, come quella di Tarabbia».

Vecchioni, neogiurato, ha detto più volte che non se ne può più di storie tristi.

«Non ritengo che il mio sia un libro triste. Il disagio psichiatrico è storia di molti, che leggendo si sentono liberati. Ho cercato di non calcare troppo la mano sul dramma».

Ma è vero che in Italia il romanzo classico ha lasciato il posto alla cronaca?

«Non mi pare, le classifiche son piene di gialli e storie d'amore. E poi la forma del romanzo si evolve, cambia: dipende da come lo scrivi».

È nato un femminismo della letteratura?

«Ci siamo prese uno spazio importante, sì, con donne come Michela Murgia, Loredana Lipperini, Concita de Gregorio. Fin dal primo libro, comunque, io sono stata trattata come uno scrittore. Per me la letteratura non ha sesso. Le quote rosa mi disturbano. Il lavoro culturale consiste nel capire che siamo tutti uguali nelle differenze».