Se la fantascienza è troppo fanta e poco scienza

Ci sono due modi per affrontare la fantascienza nelle serie. Uno per intenderci, è quello che ha come archetipo Star Trek, indimenticabile serie iniziata nel 1964 e tenuta a lungo sotto il piglio pignolo di Gene Rodenberry. In questo caso la fiction è tutta basata su dei presupposti rigorosi. Tanto per dire la «velocità di curvatura» dell'astronave Enterprise è stata trattata in modo così rigoroso che hanno finito per interessarsene persino i fisici. Certo partire in questo modo, non evita i pasticci, dopo anni e anni di spin off, anche Star Trek si è rivelata piena di aporie. Però almeno il contesto generale regge bene. Poi c'è il modello alla Visitors, memorabile serie tv anni '80. Trama coinvolgentissima, ma il contesto scientifico fa acqua da tutte le parti. A partire dal fatto che qualcuno con la tecnologia per attraversare un bel pezzo di universo possa arrivare sulla terra per mangiarci. Ecco fatte queste premesse, arriviamo a Falling Skyes di cui è partita (con gran ritardo sugli Usa) la terza stagione (su Fox). La serie, prodotta da Spielberg, ha dei bei temi e dei bei personaggi, a partire dal protagonista Tom Mason (interpretato da Noah Wyle). C'è l'idea di come se la caverebbero gli umani contro un nemico tecnologicamente più forte, ci sono più specie di alieni in concorrenza (ma chi saranno davvero i cattivi?), e qualche bella idea sulle tecnologie biologiche. In più il rapporto tra i litigiosi esseri umani è proprio ben raccontato. Però si piega alla trama qualsiasi dato pseudo scientifico sulle tecnologie aliene, e non solo. È un peccato. Forse nella prima o nella seconda stagione era considerabile veniale. Ma non metterci mai una pezza...