Se i Vanzina truffati girano un film sui truffatori romani

Esce "Non si ruba a casa dei ladri" con Ghini e Salemme, piacevole commedia sui corrotti

Prestigioso regista quirite, truffato dal Madoff dei Parioli dei risparmi d'una vita, gira un film su un pacco-contropacco assai contemporaneo, reclutando nel cast pure il figlio di quell'Angelo Balducci indagato dai Ros per concorso in corruzione continuata (però, sappiamo che le colpe dei padri non ricadono sui figli). Cose che capitano solamente a Roma, dove tutto si metabolizza in fretta per passare rapidamente alla prossima malversazione, a un'altra fregatura, all'ennesima sòla. Zero speranze, ma tanto riso amaro, magari, quando vittime. E in effetti Carlo Vanzina, che firma Non si ruba a casa dei ladri (in sala dal 3 novembre con Medusa), piacevole commedia all'italiana scritta insieme al fratello Enrico, dimostra d'aver introiettato con classe, oltre alla propria diretta esperienza, la lezione del poeta Giovenale: «A Roma tutto si compra» (la massima, nei titoli di coda). E infatti compra la sua vendetta l'onesto cittadino Antonio (Vincenzo Salemme), al quale l'intrallazzatore di turno (Massimo Ghini) ha rubato un appalto a suon di mazzette. Invece d'andare in tribunale, combattendo con la giustizia-lumaca, il truffato ordirà un contropacco insieme a sua moglie (Stefania Rocca), rilevando da una banca svizzera gli illeciti proventi del truffatore. Sopra l'ingannator casca l'inganno, ma qua, oltre la riflessione morale, c'è Mafia Capitale, baccanali tra pepli e torce, soldi pubblici spesi per mantenere belle ragazze (brava Manuela Arcuri come Lori, amante cafona dell'imbroglione).

«Un soggetto drammatico, trattato in maniera volutamente lieve e buffa. Una storia appiccicata alla realtà, umilmente ispirata al vecchio telaio di un capolavoro di Dino Risi: In nome del popolo italiano, dove c'era Gasmann arrestato durante un toga-party e portato in commissariato con tunica e coturni. Ma nel finale amaro cito anche La congiuntura di Ettore Scola, dove Gasmann portava i soldi a Lugano... Nel nostro Dna c'è sempre la commedia all'italiana e il gusto di raccontare la società con un sorriso», dice Carlo Vanzina, che qui impiega i suoi attori-feticcio. A partire da Maurizio Mattioli, esilarante come autista di limousine che, romanaccio Doc, s'improvvisa piemontese; per tacere di Salemme, che diverte quando reprime la sua passione per il Napoli.

«Questo film è nato sulle gesta di politici corrotti come Fiorito e altri esponenti di Mafia Capitale. Sono tutti personaggi negativi, ma risibili. Ci siamo rifatti a storie più curate, come quella del nostro Il pranzo della domenica. I film sulle truffe mi hanno sempre affascinato: penso a I mitici, a In questo mondo di ladri, dove il tema ricorre. Diciamo che Non si ruba a casa dei ladri chiude la trilogia», spiega il regista, che ha girato tra Roma e Zurigo, inquadrando le migliori «cartoline» delle due città. «Girare a Roma è complicatissimo: all'epoca di Febbre da cavallo ci negarono il Colosseo. Come vai fuori, invece... Zurigo è meravigliosa per lavorare: lì, anche il cinema funziona come un orologio. Portare l'italiano-tipo all'estero è sempre divertente». E se l'idea che non esistano più concetti come Destra e Sinistra, dato lo spappolamento dei partiti, è ormai consolidata, qui ci pensa il personaggio di Ghini a incarnare «il facilitatore». Ovvero il faccendiere che «unge» la ruota degli appalti, senza badare all'appartenenza politica. «Questa storia dei facilitatori, di queste persone che vanno dove tira il vento per spartirsi il potere, è triste e attuale. Ma, come sostenevano Age, Scarpelli e Monicelli, bisogna sempre partire da un fatto drammatico per fare commedia».

A ribadire l'impronta della classica commedia all'italiana, c'è poi la mescola sapiente dei dialetti: così la torinese Stefania Rocca gioca alla Shirley McLaine del Piemonte, buffa e simpatica quando deve sostituirsi, in banca, alla burina Lori, tutta ahò, amò, tesò. E il napoletano Salemme porta la bonomia partenopea nel ruolo d'industriale perbene, esule da Napoli per via del padre, convinto che scappare da Partenope significasse lasciarsi alle spalle il malaffare. A Roma, invece... Già, Roma. La Capitale infetta, l'Urbe del «volemose bene e annamo avanti», la Culla del Pupone, er Cupolone, la carbonara gonfia, er maritozzo...«Per una volta - conclude Vanzina - la mia commedia non è incentrata su amori, amoretti, fidanzati e amanti. E finalmente, al di là dei luoghi comuni, mostriamo un napoletano che viene imbrogliato da un romano. L'Antonio interpretato da Salemme è arrabbiato nero con la vita: suo padre era convinto che a Napoli fossero tutti mariuoli, ma invece d'andare a Bolzano, s'era trasferito a Roma, complicandosi ancor più la vita».